ANNO 27 n° 276
Artemisia, molto più che Arte e Femminismo
Riflessioni di Elda Martinelli, a voce alta e con “simpatia”…
02/09/2012 - 04:00

di Elda Martinelli

 

VITERBO - Avevo promesso ad un mio amico di aiutarlo, prendendo uno degli otto gattini nati, un agosto di oltre vent’anni fa. Arrivo in una ombreggiata casetta vicino al lago di Vico decisa di scegliere uno dei sette maschietti. Ma appena varcato il cancello, arriva lei: l’unica femmina della cucciolata che lascia la mamma e la poppata, si gira, guarda e subito trotterella verso di me. Artemisia mi ha scelto con l’entusiasmo sincero e puro che solo i cuccioli, animali e umani, sanno manifestare. Il suo nome riuniva ciò che più amo: l’arte e i gatti. Non era il mio primo animale domestico (ho avuto la fortuna di condividere la mia vita con cani e gatti di tutti i tipi e le taglie!) e sapevo che non sarebbe stato un nome facile, per lei: lungo, non semplice per identificarsi e rispondere. Nessun problema, invece: ma non ho mai avuto dubbi sulla sua incredibile intelligenza e vivacità, da quel primo momento in cui lei aveva scelto me. L’agosto seguente partorisce due gattine: ma subito dopo le abbandona, inspiegabilmente, rifiutandosi di allattarle e addirittura di lavarle accuratamente. Niente da fare. Quarantotto ore dopo, in un crescendo di disturbi e sintomi non manifestati prima, muore per una broncopolmonite infettiva, fulminante. Salvando le figlie, come solo una madre, come solo una donna sa fare. Con un istinto animale forte (senza dubbio più forte di quello maschile: perché ha qualcosa in più). Artemisia ha degnamente portato, per un solo indimenticabile anno, il nome di una grande donna e immensa artista, entrata nella storia dell’Arte, che pure avevo studiato e profondamente amato.

Anche per questo motivo, venerdì sera, sono andata molto volentieri nella bellissima quanto poco stimata chiesa di Santa Maria della Verità, per il concerto “d’Artemisia : imago di Artemisia Gentileschi a traverso li oratori Susanna e Giuditta” una produzione della sempre attiva e fervida Associazione XXI Secolo, che ha visto il grande capitano d’arte e musica, il viterbese Fabrizio Bastianini, impegnato a guidare la squisita serata musicale, coordinando la Camerata Polifonica Viterbese, l’Ensemble vocale Il Contrappunto e l’Orchestra XXI Secolo. Serata particolare anche e soprattutto per l’accostamento di musiche e immagini d’epoca, della stessa epoca: quell’inizio XVII secolo, quel cuore pulsante barocco, capace di far arte a 360 gradi! Basti pensare che artisti come Gianlorenzo Bernini, erano chiamati da papi e potenti per organizzare feste che vedevano e trasudavano arte a tutto tondo: e gli chiedevano che si occupasse dalla creazione apposita di statue o porte marmoree (come quella di piazza del Popolo, a Roma) fino alla declamazione di versi originali e addirittura la creazione di giochi pirotecnici. Un secolo che ha visto nascere tanta arte come reazione a tante regole: per dire a tutti che creare è la vera rivoluzione che ciascuno può fare!

Nella serata musicale barocca e non solo, dunque, si sono accostate le immagini e i particolari di alcune delle più belle opere di Artemisia Gentileschi: ed è stata inserita, tra i pezzi di Stradella , Scarlatti e Vivaldi, l’interessante operazione ideata e realizzata dal maestro Piero G. Arcangeli, presentata in prima esecuzione. Il musicologo folignate “viterbato” (come si è lui stesso definito) ha infatti creato una partitura originale, con scrittura non rigorosamente barocca, sugli oratori Susanna (di Giovan Battista Giardini) e Giuditta (di Benedetto Pamphilij) due soggetti musicali molto in voga, all’epoca: storie in musica, appunto, gli oratori. Ma soggetti prediletti e ricorrenti anche nell’opera pittorica di Artemisia Gentileschi

In realtà, Artemisia Gentileschi, una delle pochissime pittrici nella storia dell’Arte europea di quel tempo e non solo, nella vita ha avuto il grande torto di esser ricordata dai più/dai pochi che la conoscono, per due peculiari e spesso inevitabili, scabrosi rapporti con l’altro sesso. Ovvero: essere la “figlia di” Orazio Gentileschi (buona mano di scuola manierista-toscana, niente a che veder con il vero talento della figlia, pur scelta a due figli maschi, come sua scolara prediletta nell’apprendere e tramandare l’arte…) e la “donna violentata” dal pittore Agostino Bassi (uomo di bottega del padre, che Artemisia denunciò con fermezza e senza paura dello scandalo, con un regolare processo dal quale uscì alfine vincitrice, anche se lesa irreversibilmente, oltre che per lo stupro, dallo schiacciamento dei pollici: prova alla quale si sottopose, ricattata dai giudici, per confermare l’attendibilità delle sue accuse!).

Alcuni critici (soprattutto negli anni ’70) ci hanno voluto leggere, a tutti costi, il primo moto di una rivendicazione femminile: ma Artemisia Gentileschi è stata un immenso talento del ‘600 italiano (schiava del suo essere donna, in tutto e per tutto) e non solo un messaggio ideologico. Artemisia è stata una valente artista, chiamata dai potenti per importanti committenze a Napoli e poi a Londra. Una grande caravaggesca: una grande donna. Senza bisogno di aver conosciuto l’emancipazione femminile. Perché aveva qualcosa di più.

(“..mi insegna il vostro umore, con sue lagrime stillanti, ch’a lavar macchie di core esser denno acque di pianti” canta Susanna, nell’oratorio di Giovan Battista Giardini : come a dire, cosa da me già detta, che spesso chi molto ha sofferto molto dà, in arte e generosa umanità. Viceversa chi molto ha, spesso dà poco.)

Non starò qui a riportare personali considerazioni più o meno positive sul femminismo: anche se (lo dirò senza giri di parole, pur tirandomi dietro i commenti non lusinghieri di molti) ritengo che siano più le cose negative o quantomeno ridicolizzanti lasciate alle donne dal movimento, rispetto alle poche ma concrete migliorie, riconducibili quasi esclusivamente alle cure personali e mediche legate alla propria sessualità.

Il movimento femminista, che ha preso forza in Italia alla metà degli anni ’70 (gli anni delle lotte e dei referendum per il divorzio e l’aborto), si è spostato poi rapidamente, attraverso l’avversione al “maschile”, verso una vera e propria contestazione alla gerarchia sociale tout court: passando dal concetto di emancipazione a quello di liberazione. Ma non ho mai creduto neanche un po’ che “per trovare se stesse” bisognasse annientare l’altro, come andavano dicendo e soprattutto facendo compagne di scuola impegnate nel movimento. Personalmente credo che il Femminismo non abbia liberato le donne da un bel niente. Personalmente credo che le donne abbiano qualcosa in più, degli uomini: anche se non bado mai, per principio alla quantità, piuttosto alla qualità. Ma sono felice di essere donna. Non potrei esser altro.

“Donna non si nasce, lo si diventa” diceva Simone de Beauvoir. Non movimenti collettivi, ma realtà individuale legata all’essere in relazione all’Altro. Appagata, non annichilita. Complice, non rivale. Con l’equilibrio sottile di un gatto che passeggia sul corrimano di un terrazzo al quinto piano! Con la acquietante tempesta emotiva che dona all’anima un bel dipinto, un buon concerto…

Se emancipazione c’è stata, cambiati i tempi cambiati i modi, è infine arrivata (non sempre in meglio, se si è passate dalla sottomissione al maschio verso la mercificazione libera del corpo femminile…): ricordandoci che, in Italia, la lotta femminista è approdata circa un secolo dopo la nascita degli equivalenti movimenti in America e in Europa, che per primi parlavano di parità sociale e giuridica.

Forse perché il Vaticano è alle porte: forse perché l’androcrazia (andro-UOMO kratos-GOVERNO/POTERE) è sempre stata ben radicata in Italia. E appare molto difficile da sradicare. Androcrazia che, comunque, nei secoli è sempre convissuta al fianco di grandissime donne, donne che però non vengono fatte conoscere nè studiare, a scuola: in scienza, in greco, in storia, in arte …Ipizia, Lisistrata, Giovanna d’Arco, Marie de Gournay, Artemisia Gentileschi.

Amo la commistione della arti, perché in fondo, poi, l’Arte è una. Per questo ho trovato particolarmente bella la serata offerta al numeroso pubblico viterbese, di esperti e di curiosi, dall’ Associazione XXI Secolo, grazie anche alla collaborazione dell’assessore alla Cultura Enrico Maria Contardo, presente in sala, che ha voluto questa produzione viterbese nel cartellone del “Settembre 2012”.

(Sì, Assessore: ero proprio io, la signora seduta dietro di lei, tra Arcangelo e Alfonso, come sempre… “Ma so ben qual chiudo in petto di Vittoria alto disegno. Vezzi e amori fingerò. Porterò nel mio volto amico affetto. Ma nel core il rigore…” canta Giuditta nell’oratorio di Benedetto Pamphilij)

Bella la scaletta proposta. Dalla mirabile tromba di Andrea Di Mario, nell’apertura di Alessandro Stradella, attraverso i due madrigali (testi di Giovan Battista Marino) che accompagnavano lo spettatore alla musicalità reinterpretata degli oratori originali del maestro Arcangeli. Bellissima, con toccante esecuzione, la chiusa con il “Magnificat” di Antonio Vivaldi, che amo particolarmente. E della quale ringrazio il maestro Bastianini e tutti i bravi artisti, in grandissima parte viterbesi. Un bella emozione.

Una bellissima emozione vedervi accostate quelle immagini e quei particolari, sapendo che con le dita storpie ormai, ma esperte come non mai, le aveva dipinte una grande donna. Artemisia.

Emozioni vere, profonde e leggere: vibranti come solo le vibrisse di un gatto, le setole di un pennello e le corde degli archi in un’orchestra sanno darti.

Non ho più avuto un gatto come Artemisia. Unica… (ma vi prego non fatelo sapere a Sally, che mia figlia ha salvato dalla strada, con gli occhi appena aperti, solo due anni fa e che sta cercando di passare sulla tastiera del computer, quattro zampe e la lunga coda rossa… mentre scrivo !). Nomen nominis, dicevano i latini; enfatizzando come spesso il destino è nel nome che si porta. Così è stato anche per Artemisia Gentileschi. Unica.




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