

Nel mio precedente articoletto sostenevo che dire 'Non ci sono parole', anziché 'Io ora non ho parole', può essere un buon esempio delle trappole che tendiamo a noi stessi.
Una signora ha letto e mi ha scritto: 'che precisino!'. Reazione legittima.
Un'altra signora mi ha telefonato: 'Hai ragione; ci sono modi di dire che si trasformano, senza che ce ne accorgiamo, in modi di pensare. Sbrigativamente diciamo che non ci sono parole e poi finiamo per non parlare più, per non avere più interesse a parlare'.
Ecco, penso proprio che se vogliamo vivere meglio assai, prestare attenzione al nostro linguaggio possa essere di grande aiuto.
Mio nonno Peppe, artigiano provetto che batteva ferro e rame, si ostinava a farsi il suo vino. Era un liquido opaco, aspro e francamente poco gradevole. Lui sosteneva orgoglioso si trattasse di prodotto genuino. Un pungente odore di zolfo mi faceva sospettare, già da piccolo, che l'accezione del termine usato da mio nonno fosse discutibile. Ma non è questo il punto.
Poniamo il caso che io avessi versato a nonno Peppe un calice di un rosso gran cru. Mettiamo che io gli avessi nascosto la bottiglia, che gli avrebbe generato diffidenza e avessi mentito sull'origine del vino, attribuendolo ad un amico caro. Prendendolo in un momento buono, nonno al massimo avrebbe fatto qualche verso di apprezzamento.
Dietro insistente sollecitazione a descrivere la sensazione ottenuta dalla sua sorsata, mi avrebbe detto: 'buono', 'ben fatto'.
Che differenza c'è tra la degustazione di nonno Peppe e quella di un sommelier?
Il sommelier si concede di poter trovare dentro un bicchiere molti più piaceri. Tutti quei piaceri che nel tempo ha imparato a descrivere.
I piaceri del sommelier sono potenzialmente tutti quelli previsti dal suo ricco vocabolario. Cosi, passando il vino al vaglio di uno sguardo concentrato, poi sotto il naso, quindi tra lingua e palato, rintraccia sfumature di colore, profumi e sentori che via via ha sperimentato e definito: rosso violaceo intenso, profumi di viola, sentore di amarena. Prima di assaporare si è costruito un mondo di parole che definiscono con precisione micro-caratteristiche della realtà. Ogni parola che aggiunge al suo vocabolario è una possibilità in più che si concede di rendere ricca e piacevole la sua esperienza.
L’esperienza che del vino fa un sommelier è più ampia rispetto a quella di nonno Peppe, che il vino si ostinava a farlo e lo beveva in buona quantità, ma che per descrivere il vino 'non aveva parole'. E non immaginava se ne potessero avere.
La stessa lettrice che mi dà del precisino scrive che “uno sguardo e un gesto possono più di una parola”. Non la contraddico. Gesti e sguardi sono le parole del corpo. Tanto più efficaci se parte di un vocabolario ricco di possibilità, di scelte, di sfumature, di attenzioni. Perché quelle fanno la qualità della vita. Proprio come del bere.
Michele Palazzetti
Responsabile Coaching e Formazione
IPSE Istituto Psicologico Europeo
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