ANNO 27 n° 262
Bruno Tabacci: "L'Italia di Berlusconi peggio del dopoguerra"

VITERBO - Il titolo dell’incontro era “Parlare di Economia e Politica con Bruno Tabacci, voce fuori dal coro”. E si è davvero parlato di economia con la ‘E’ maiuscola e di politica con la ‘P’ maiuscola, come non si vedeva e sentiva da tempo a Viterbo.

Tabacci, parlamentare dell’API, allievo prediletto di Giovanni Marcora, il mitico “Albertino” della Resistenza, uno dei più autorevoli “colonnelli” della Dc per tutti gli anni Ottanta e poi presidente della Regione Lombardia, ha dato prova di cosa significhi essere “una voce fuori dal coro” e, come lo ha definito Silvio Berlusconi, “una spina nel fianco”.

Nella sala delle conferenze di Confindustria, dove si è tenuto l’incontro promosso da Alessandro Diotallevi, Umberto Laurenti e Renzo Trappolini , rispondendo alle domande dei giornalisti Carlo Galeotti e Arnaldo Sassi, Tabacci ha letteralmente fatto a pezzi la cosiddetta Seconda Repubblica e il suo principale protagonista: Berlusconi.

E’ però necessario partire dalla fine per comprendere appieno il filo conduttore del pensiero di Tabacci: “Berlusconi – ha detto – non si dimetterà, perché vuol trascinare il Parlamento allo scontro finale. Ma nonostante la campagna acquisti sarà sfiduciato. E un presidente del consiglio sfiduciato non potrà essere incaricato di formare un nuovo governo. Quindi non ci sarà un Berlusconi bis. La sua parabola volge al termine”.

E se invece, anche per pochissimi voti, ottenesse al fiducia alla Camera? Per Tabacci cambierebbe poco: “A lui, al cavaliere , pare che basti ottenere qualche voto di passaggio in più. Ad un presidente del consiglio che fu eletto con una maggioranza come quella del 2008 non dovrebbe però bastare, perché in politica, comunque vada, sottrazioni e addizioni pesano sempre. E chi perde cento voti è di fatto sfiduciato”.

Ad avviso di Tabacci, le mozioni di sfiducia che saranno discusse la settimana prossima al Senato e alla Camera hanno un grande significato politico: “Il 14 dicembre - ha argomentato - sarà comunque un giorno importante per la democrazia e per il parlamento, perché senatori e deputati inviteranno il governo a porre fine al lungo periodo di sostanziale e irresponsabile inattività , che ormai si trascina da mesi. Le mozioni di sfiducia, a ben vedere, rappresentano lo scatto di carattere che tutti aspettano, perché il paese torni nei ranghi del rigore che la crisi impone, alla correttezza e alla trasparenza. Uno scatto imposto all’Italia dagli impegni internazionali, da cui può iniziare il lavacro di etica e di moralità che serve al Paese”.

Altrettanto cruda l’analisi di Tabacci sul fronte dell’economia. “L’Italia – ha sostenuto – sta peggio oggi che alla fine della seconda guerra mondiale. Allora era un paese in rovina materiale, ma era pervaso da una forte volontà di rinascita e. Oggi siamo alla rovina morale e, come ben dimostra la descrizione del Censis , siamo diventati un Paese appiattito, con tutti i caratteri della staticità e dell’apatia, con 2 milioni e 200mila italiani che non studiano, non lavorano e non cercano un’occupazione e 737mila  lavoratori autonomi in meno. Numeri che rivelano un cedimento strutturale della società nazionale che richiede non un governo purchessia e legato a taumaturgie leaderistiche, ma una larga e convinta partecipazione . Chi ne è ostacolo dovrebbe capirlo se vuol essere considerato uomo politico. Invece, dopo diciassette anni di seconda repubblica, il debito pubblico che nel 1990 aveva superato per la prima volta il PIL, viaggia a gonfie vele verso quota 120%. Un dato su tutti: una delle principali voci d’entrata dell’ultima legge finanziaria è costituito dalle lotterie e dai giochi. Un paese che gioca di più non sta meglio, è solo più disperato".

Tabacci ha infine illustrato la sua “ricetta” per riformare la legge elettorale. “Sono per un sistema proporzionale con sbarramento al 5%, che restituisca ai cittadini la scelta dei parlamentari o attraverso il voto di preferenza o con piccoli collegi uninominali. Credo anche che la camera dei deputati e il Senato dovrebbero avere circa la metà degli attuali componenti”.

 




Facebook Twitter Rss