

VITERBO - L’estate, si sa, porta spesso a letture fresche e leggere, adatte all’arsura che mette a dura prova sia il corpo che la mente: la conferma nelle scottature/abbronzature farcite da sudate/insolazioni (per il corpo) e le molte “corbellerie” che si leggono su molti giornali e si sentono dire da molti politici (per la mente).
Così, anch’io, in una gradevolissima giornata sotto l’ombrellone, con un fresco vento di maestrale (ben lontana da spiagge straripanti affollati stabilimenti con madri cinquantenni lanciate in improbabili coreografie a base di Zumba… e vocianti ragazzini che saltano, con secchiello e paletta, sulla schiena del padre, solo temporaneamente tutore del pargolo, ma in realtà perennemente in pennica fino all’ultimo minuto di ferie…) ho sollazzato la mente con un leggero pamphlet dal titolo “”Come smettere di stirare in due settimane” di Claudia Maschio, edizioni per sempre.
Attratta dal titolo (accattivante comunque lo si veda: stirare sì, stirare no…) l’ho letto d’un fiato: poche pagine ben scritte, graziosi disegni naif (curati dalla figlia della autrice…) con tanto di motivazioni psicologiche per indurre le lettrici/stiratrici (forse anche qualche raro esempio di uomo-lettore, inconsueto esempio di stiratore… piuttosto che dello “stirato ben fatto come lo faceva la mamma non lo fa nessuno, neanche tu amore mio…”) a disintossicarsi, senza ripensamenti, da questo “vizio” che porta alla dipendenza! Perché, come dice l’autrice, in quarta di copertina, “uscire dal tunnel del ferro da stiro non è né più facile né più difficile che smettere di fumare, di esagerare con l’alcool o con la cocaina”.
Lo so bene io: se, nonostante i 40 gradi di questi ultimi giorni, non riesco a non stirare meno di una o anche due ore al giorno, per la mia famiglia. E guai a saltare l’appuntamento quotidiano se non si è poi in grado di far fronte agli accumuli (di panni & ore di sauna!). Ma nonostante la fatica (comprovata da una fastidiosa epicondilite pressoché cronica al gomito destro, pur non avendo giocato un solo giorno a tennis…) accresciuta dalla calura estiva, non demordo. E vi dico anche il perché, analizzando (per gioco o per vera convinzione, decidete voi…) le deboli motivazioni proposte dall’autrice: che di certo non nasce massaia, come io mi diverto a definire! E ad essere. Tutto qua.
E dunque, il cuore della mia improvvisata recensione letteraria si snocciola a partire dalle sue parole (pagg. 66/67 del libello) laddove sintetizzo le buone motivazioni dell’autrice ad abbandonare l’attrezzo domestico, in: A. nessuno fa caso agli abiti non stirati che si possono ugualmente indossare; B. il tempo che si spreca a stirare… nessuno te lo restituisce; C. stirando si consuma energia elettrica e si rischiano pericolose scottature; D. gli gnomi del ferro da stiro non amano stirare.
In un periodo di processi, appelli e cassazioni varie, procederò in difesa del ferro da stiro analizzando punto per punto. Perché l’accusa non abbia motivo di definirmi né delinquente né millantatore. Orbene, signori (e soprattutto signore) della corte… punto A: ci si veste, ma soprattutto si vive, scevri dalle altrui opinioni… altrimenti staremmo freschi! Ergo con il piacere di indossare un capo che, se stirato, risulta più morbido e gradevole sulla pelle, nonché ulteriormente sterilizzato, nel caso di indumenti per bambini: ho sempre trovato più pulito e sicuro il vapore del ferro a un qualsiasi additivo chimico velocemente versato in lavatrice; punto B: è vero, ci vuole molto tempo per stirare… ma ognuno è ben libero di usare il proprio tempo come crede: e nessuna delle controproposte offerte dall’autrice esce dal concetto di “cose da fare in fuga da” la famiglia… e non “per” la famiglia (Claudia Maschio offre una simpatica boutade di alternative quali “leggere Guerra e Pace, studiare l’arabo o il sassofono, uscire con gli amici a farsi un aperitivo” …) .
Orbene, la mia difesa si basa sul concetto, sempre più dimenticato tra le mura domestiche, di cura. Intesa come amore. Per questo son felice di dedicare molto del mio poco tempo libero a stirare indumenti, intimi e non, dei miei cari: sono coccole, sono gesti d’amore. E ci metto su anche qualche buona citazione… per esempio quella di sant’Agostino che dice “Amati per poter amare!” a monito che ciò che è fatto con amore genera amore e ti ricarica di nuovo amore, abbattendo umani considerazioni sull’utilità; punto C. si consuma elettricità e ci si scotta anche con il forno, Vostro Onore: che non lesina mai, in casa mia, l’uscita di manicaretti (…di cui al punto B) ; sul punto D posso personalmente garantire, alla brillante autrice, che ho personalmente parlato con gli gnomi del ferro da stiro e li ho trovati pronti a emettere una sentenza di grazia o almeno un salvacondotto nei miei confronti ( di questi tempi sembra che non si neghi a nessuno!).
E poiché queste mie parole oggi, momento più unico che raro, si sono impreziosite con recensioni (peraltro non richieste) ne faccio un’ultima. Anzi no. Vi faccio una proposta, dedicata ai tanti che di questi tempi parlano molto, a proposito ma anche a sproposito, di Giorgio Gaber: sarà forse perché gli italiani si ricordano dei morti soprattutto negli anniversari… (lasciandone però parecchi nell’oblìo… come quelli di piazza Fontana, di piazza della Loggia, del treno Italicus, di Ustica…).
Ebbene, anziché approntare spettacoli (televisivi o teatrali) rievocativi e appropriarsi della poesia (anarchica ma soprattutto intima e individualista) di Gaber… anziché parteciparvi uscendo senza aver ascoltato nulla in più del ripetitivo repertorio televisivo e senza aver capito niente in più dei luoghi comuni già noti su Gaber… leggete “Vi racconto Gaber” di Sandro Luporini, della Mondadori. Perché non sempre dietro un grande uomo c’è una grande donna: a volte c’è un grande amico. Sandro Luporini, pittore e autore, artista e unico grande amico, che dal ’59 sarà coautore di tutta la produzione discografica e teatrale di Giorgio Gaber. La loro collaborazione, la loro amicizia, la loro arte hanno portato alla nascita del genere Teatro Canzone: poi ne sono scaturite molte altre banali derivazioni, più cabarettistiche che di contenuto. Ma anche gli anni che son seguiti (Rivoluzionari vs Yuppies, non c’è altro da dire…) non sono stati all’altezza (culturale) dei precedenti. Di tutto questo, con tanta poesia e un po’ di nostalgia (da parte di chi in quegli anni c’era: e se li ricorda… ma anche con tanta chiarezza e pungente analisi: apprezzabili per chi non c’era…) si parla nel bellissimo libro di Luporini. Forse un testo non proprio da ombrellone. Da sfogliare con il segnalibro, pronti a chiudere le pagine per fermarsi a capire e per riflettere. E che nessuno si appropri in esclusiva di Giorgio Gaber. Giorgio Gaber è di tutti: è di nessun interprete, è di ciascun sopravvissuto utopista, è per qualche raro anarchico. Per chi è capace di amare.
Come quelli che passano parte del loro tempo libero a stirare. Anche sotto il solleone. Senza cambiare idea. Per amore, solo per amore.
(“Date fiducia all’amore, il resto è niente” G.G. da “Non insegnate ai bambini”- 2003)