ANNO 27 n° 260
Contagio ''cinese'' anche per il kiwi
La scoperta dei ricercatori del Dafne dell'Università della Tuscia guidati da Giorgio Balestra
04/11/2011 - 07:25

VITERBO – Proprio come il cinipide, il minuscolo insetto che sta devastando i castagneti di tutta Italia, anche il Pseudomonas syringae actinidiae (Psa), il batterio che provoca il cancro del kiwi, sarebbe arrivato dalla Cina mediante l’importazione di materiale infetto. E dall’Italia si sarebbe poi diffuso a tutto il resto d’Europa. E’ quanto ha scoperto un gruppo di ricercatori del Dafne (Dipartimento di scienze e tecnologie per l’agricoltura, le foreste, la natura e le energie) guidato dal professor Giorgio Balestra, di cui fanno parte anche Angelo Mazzaglia e Claudia Taratufolo. I risultati dello studio saranno a breve pubblicati su un’importante rivista scientifica internazionale.

“La batteriosi – spiega il professor Balestra - interessa ormai tutti gli impianti di kiwi ((a polpa verde, gialla e rossa) in Cina, Giappone, Corea, Nuova Zelanda, Australia, Cile, Svizzera, Italia, Francia, Portogallo e Spagna. Ci troviamo quindi di fronte a una vera e propria pandemia. Abbiamo così deciso di cercare risposta alle principali domande che si pongono gli addetti ai lavori: come è arrivato il patogeno? Come si è diffuso? Siamo in presenza di una o di più popolazione di Psa? E’ così partita nostro studio, in collaborazione con ricercatori internazionali. Essendo in presenza di una fitopatia con una diffusione oramai intercontinentale – precisa lo scienziato -, lo studio si è concentrato sul sequenziamento e sull’analisi del genoma di numerosi ceppi di Psa isolati in Cina (paese di origine del kiwi e dove per primo è stato segnalato il patogeno), Giappone, Corea, Nuova Zelanda, Italia, Francia, Spagna e Portogallo. Abbiamo quindi ricostruito e indagato i percorsi le modalità di trasmissione del patogeno a livello internazionale e intercontinentale”.

Alla domanda su quali siano stati i risultati il professor Balestra risponde: “la popolazione di Psa isolata in Italia nel 1992 è filogeneticamente riconducibile alle popolazioni presenti in Giappone e Corea, ed insieme ad esse costituisce una popolazione ben distinta da quella attuale; gli isolati di Psa italiani relativi all’attuale epidemia, appartengono ad un unico clone, con ridottissime differenze tra loro; anche gli isolati ottenuti nel resto d’Europa (Francia, Portogallo, Spagna), così come la popolazione virulenta identificata in Nuova Zelanda (Psa V), appartengono a questo stesso genotipo, con minime differenze tra loro; gli isolati cinesi sono molto simili a quest’ultimo gruppo, anche se è possibile distinguerli per alcuni caratteri genomici; tanto gli isolati di Psa dell’Europa, della Nuova Zelanda (Psa V) che quelli della Cina, sembrano derivare da un unico genotipo ancestrale”.

Per quanto riguarda i percorsi attraverso i quali il batterio si è diffuso Balestra afferma: “Dalle scoperte scientifiche evidenziate, il Psa potrebbe essere stato introdotto in Italia mediante materiale infetto proveniente direttamente dalla Cina o dalla Nuova Zelanda, ma sempre di origini cinesi. L’infezione di Psa sviluppatasi in Europa – sottolinea - sembra prevalentemente associata all’infezione iniziale del 2008 registrata in Italia. Anche a livello continentale la diffusione è avvenuta con materiale infetto”.

Il gruppo di ricerca dell’ateneo di Viterbo sta proseguendo. “Ora –conclude Balestra - vogliamo arrivare a fornire ulteriori elementi in grado di chiarire adeguatamente il problema per poi tentare di risolverlo definitivamente’’.




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