ANNO 27 n° 269
Craxi da Hammamet al carcere di Mammagialla: così nel '99 sfumò il piano di D'Alema

Bettino Caxi nel 1999 sarebbe dovuto rientrare dal suo "esilio" in Tunisia a Fiumicino e da lì sarebbe stato trasferito al carcere di Viterbo.

A rivelarlo, dopo 10 anni, Donato Robilotta, socialista, ex assessore alla Regione Lazio, ora nel Pdl, allora dirigente del Partito socialista che lavorava a palazzo Chigi ed aveva un rapporto molto affettuoso con Craxi.

"Lui era molto malato - rivela infatti Robilotta - tanto è vero che venti giorni più tardi sarebbe morto. Avrebbe dovuto essere curato in Italia e da tempo erano in corso diversi contatti, spesso a sua insaputa, per provare a farlo rientrare. In quei giorni si stava lavorando ad un’ipotesi: Craxi sarebbe rientrato a Fiumicino, di lì sarebbe stato trasportato nel carcere di Viterbo, restando il tempo necessario, uno o due giorni, per accettare una domanda di arresti domiciliari. Dopodiché sarebbe stato trasferito al San Raffaele di Milano".

Presidente del consiglio era Massimo D'Alema e Massimo Minniniti, allora braccio destro di D'Alema, conferma: "Sì, esisteva un’ipotesi di quel tipo. Tutti i margini furono esplorati senza confliggere con l’ordinamento del Paese. Anche se forse qualche corridoio umanitario si sarebbe potuto trovare, tenendo conto delle gravi condizioni di salute di Craxi". Ma quel corridoio non si aprì e fu proprio Craxi a dire no ad un rientro «condizionato»".

Erano infatti le ultime ore del 1999 e al primo piano di palazzo Chigi squillò il cellulare di Donato Robilotta, la voce di Craxi da Hammamet era stanca e affaticata ma le sue espressioni erano lucide "Sono Bettino, dì a quelli là che io in Italia ci torno soltanto da uomo libero... Piuttosto muoio qui, in Tunisia".

Chi erano quelli là? Una serie di personaggi istituzionali e non, dice Robilotta, a cominciare da Massimo D'Alema.

E fu così che sfumo la "tappa" viterbese e la probabile soluzione della tormentata vicenda legata a Craxi.

 

 




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