ANNO 27 n° 271
''Da quando ho scoperto l’arte, questa cella è diventata una prigione''
Riflessioni di Elda Martinelli, a voce alta e con simpatia…
27/05/2012 - 04:00

VITERBO - Si resta fermi e basiti, solo qualche istante, al termine della proiezione di CESARE DEVE MORIRE, ultimo film dei fratelli Taviani, Orso d’Oro per il miglior film al recente festival di Berlino, 5 David di Donatello nonché Nastro d’Argento con targa speciale all’intero cast: un po’ per la dolorosa perfezione delle immagini viste, un po’ perché viste insieme a un gruppo di detenuti, nel Cinema Teatro del Penitenziario di Mammagialla, dove è stato proiettato venerdì pomeriggio, nell’ambito della sempre interessante rassegna “Immagini dal Sud del mondo”, che per anni si è svolta anche e soprattutto nel Cinema Teatro Trieste, ahimè chiuso di recente… Scelta coatta quella del decentramento delle proiezioni: felicemente azzeccata questa, visto che il cast del film, come tutti certamente sanno, è esclusivamente costituito da detenuti che hanno avuto la possibilità di lavorare, anche per più anni, ai laboratori teatrali da alcuni decenni attivi a Rebibbia ( così come pure se ne sono svolti negli ultimi anni anche nel nostro istituto carcerario di Viterbo).

Ci introduce alla visione del film l’accogliente direttore Teresa Mascolo: e subito sembra di essere a casa, anche se questo è un paradosso, lo so… Ma l’aria che si respira in sala è priva di diffidenze e pregiudizi, piena di condivisione e di aspettative per questa opera, a metà tra teatro e meta teatro, documentario e film (a conti fatti c’è qualche “metà’” in più… ma le aspettative, l’ho detto erano tante: e non sono andate deluse, anzi!). E’ così che il GIULIO CESARE di Shakespeare viene portato in scena da attori della sezione di alta sicurezza del carcere di Rebibbia di Roma, sotto la direzione teatrale di Fabio Cavalli e quella cinematografica dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, tra scene in un vibrante bianco e nero alternate a quelle cariche di intenso colore. In un soggetto colmo di significati di lotta e di onore, di violenza e di potere, di pentimento e di odio, si intuisce subito il valore catartico per gli interpreti ma si apprezza ancor più la loro “verace” interpretazione dei personaggi: tutti legati, tra loro e a noi, dai loro diversi e imprescindibili dialetti. Ed ecco che il dolore e l’ardore dei congiurati passa dal lucano al siculo al napoletano: e li capisci, anche senza sottotitoli, li capisci come solo riescono a fartelo capire i grandi attori! Perché te lo fanno sentire con il loro stesso cuore. Le scene si susseguono con un montaggio superlativo, alternando al soggetto shakespeariano indimenticabili momenti di quotidiana vita carceraria come quelli dei chiarimenti, anche maneschi, tra attori che in primo luogo restano detenuti con tensioni incontenibili; e ancora il toccante monologo al soffitto, unico interlocutore per il detenuto sdraiato sulla branda; o infine la poetica scena del caffè, nella propria cella.

Arriva il finale. L’applauso del pubblico in sala esplode e si sovrappone a quello della finzione scenica, di fine spettacolo. Ma io lo so che c’è altro: lo aspetto da un mese. Da quando un lancio su Rai 3 ne ha proposto la frase conclusiva. Che ha toccato profondamente il mio cuore. Ma in sala, quando Cosimo Rega, smessi i panni di Cassio e riaccompagnato in cella la dice, con gli occhi dritti in camera, c’è un qualcosa in più. C’è che il film ha presentato gli attori con le loro colpe e le loro pene da espiare, a inizio pellicola, senza giri di parole: ed ora so che quegli occhi che mi guardano, con tutta l’amarezza di questo mondo, sono gli occhi segnati dal “fine pena mai” e che colpiscono ancor più dentro quando dicono ““Da quando ho scoperto l’arte, questa cella è diventata una prigione.” E si resta fermi e basiti, solo qualche istante, al termine della proiezione. Segue un breve intenso dibattito, alla fine: c’è anche Cosimo Rega, arrivato, con il garante, da Rebibbia all’ultimo momento. A lui mi avvicino al termine, per ringraziarlo di quella frase che ci dice di aver “imposto” come finale del film… gli chiedo informazioni sul libro autobiografico che ha scritto, sugli studi universitari che ha intrapreso: lo guardo e penso che ha poco più della mia età, ma ha già scontato 34 anni per omicidio. A lui diverse domande del pubblico, tutte esaustive le sue risposte, emozionate ed emozionanti, anche.

Fra tutte le sue considerazioni quella sul dolore per non poter amare più chi si ama, una volta persa la libertà… E soprattutto quella nella quale ricorda che ognuno di noi nasce con il male e con il bene, dentro. E’ la vita, poi, che offre le possibilità per tirarle fuori in parti eque o pericolosamente squilibrate.

Volano ancora sorrisi, applausi e strette di mano: esco fuori, tra il verde un po’ triste delle piante chiuse tra gli spazi carcerari… Guadagno l’uscita con gli altri, chiedendomi come sia stata la vita di chi sta là, dietro le mura infocate da questo sole di maggio. Il cielo è di un azzurro intenso come non ho mai visto. E penso di essere stata molto fortunata per tutto ciò che la mia vita ha offerto a me.




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