

di Flavia Ludovisi
VITERBO- “Un malato deve essere curato, non condannato”. Con questa affermazione l’avvocato Enrico Valentini ha terminato la lunga arringa di ieri in difesa di Giorgio De Vito, imputato per il delitto di Marcella Rizzello, uccisa brutalmente con trenta coltellate nella sua villetta a Civita Castellana il 3 febbraio 2010. In oltre quattro ore di monologo l’avvocato Valentini ha ribaltato tutti gli elementi che per l’accusa e gli avvocati di parte civile dimostrerebbero la colpevolezza di De Vito, ipotizzando soluzioni alternative al noir di Civita e chiedendo alla Corte l’assoluzione in formula piena del suo assistito “per non aver commesso il fatto” e, in via subordinata, qualora la Corte ritenesse al di sopra di ogni ragionevole dubbio la responsabilità di De Vito, il minimo della pena con l’applicazione delle attenuanti generiche e l’insussistenza dell’aggravante della crudeltà.
PERIZIA PSICHIATICA –Il punto cardine è costituito dalla perizia psichiatrica cui stato sottoposto De Vito e che ha dato risultato concorde sulla sua capacità di intendere e volere, tanto che ieri, nelle conclusioni, la difesa ha chiesto alla Corte di rivalutare gli esami svolti dai quattro specialisti sull’imputato prima di emettere la sentenza proprio perché l’analisi sarebbe imprecisa. E proprio dalla richiesta della difesa di acquisire anche la perizia depositata lo scorso 2 maggio in sede dell’altro procedimento penale per cui De Vito è imputato ( tentato omicidio) si è aperta l’udienza di ieri. Alla luce di quella documentazione De Vito avrebbe agito in quella circostanza con ‘una capacità di intendere e di volere fortemente scemata’ e sarebbe un soggetto ‘con una forte pericolosità sociale’. La richiesta di acquisire quest’ulteriore prova è stata però respinta perché non ritenuta necessaria ai fini di questo processo. Ma non sarebbe proprio sano di mente De Vito, sempre per la difesa. Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe il suo passato difficile, un’infanzia che per forza di cose ha turbato la sua personalità. E se anche i periti che sono stati nominati sono luminari a livello nazionale, ciò non significa che non possono non aver fatto un errore a ritenere De Vito capace di intendere e di volere, della serie “anche i migliori possono sbagliare”. Stesso discorso varrebbe per l’alibi, che sembrerebbe appartenere a un bambino di 7 anni più che a un “cattivo, un furbo’’. Una persona sana non avrebbe scelto di rubare in pieno giorno in una casa con i proprietari all’interno, viste le chiavi attaccate alla porta, non sarebbe rimasta poi a Civita dopo aver commesso un delitto di cui parlavano tutti, sarebbe scappata e soprattutto non avrebbe commesso un altro tentato omicidio dopo 3 mesi. E non torna neanche il movente del delitto: se c’è una conclusione a cui si è arrivati in questo processo è che tra Giorgio De Vito e Marcella Rizzello non ci sono mai stati rapporti. Non c’è stato movente passionale allora, né quello della gelosia né quello della vendetta se non si conoscevano. L’unico movente che rimane è quello della rapina. Ma una persona sana di mente, ancora, agirebbe in modo così brutale solo per rubare pochi contanti e oggetti di scarso valore? Sarebbe un movente ridicolo a detta della difesa, a meno che non si stia parlando di una persona con forti turbe psichiche.
LA MICHTA – Una presenza, quella di Mariola Michta, che per l’avvocato Valentini sarebbe stata determinante perché avrebbe fatto luce su tanti aspetti che ad oggi sono bui. “Questo è un processo zoppo senza la Michta – spiega Valentini – che avrebbe dovuto essere interrogata. Perché si è auto accusata di aver ucciso la Rizzello con De Vito? Per paura? Per proteggere qualcuno? Avrei avuto mille domande da farle, ma a parte questo, aveva rapporti quotidiani con De Vito, avevano una figlia in comune e in questo processo sarebbe stata fondamentale per chiarire molti aspetti”.
LE IMPRONTE E IL DNA – I rilievi effettuati dal Ris hanno mostrato impronte di scarpe compatibili con il numero di De Vito (42/43. Eppure alcune fotografie che sono state mostrate in aula ieri mostrano chiaramente la presenza di una serie di impronte di calzature non catalogate. Chi dice che quest’ultime siano compatibili con il 42/43 o non appartengano a una terza persona? Dubbi anche sulle impronte digitali: come avrebbe fatto De Vito a lavarsi e asciugarsi poi sull’asciugamano rosa dove è stata trovata traccia del suo dna se sul rubinetto del lavello non ci sono sue impronte? Non sono stati fatti, sempre per la difesa, i dovuti accertamenti neanche sulle maniglie dei mobili che devono esser state toccate per forza per frugare e rubare gli oggetti sottratti in casa Rizzello. “Le numerose tracce – ha spiegato l’avvocato Valentini – non repertate o non prese in considerazione in fase istruttoria, alcune delle quali appartenenti a una terza persona non identificata, farebbero pensare alla presenza di un altro individuo sulla scena criminis e questo ribalterebbe completamente la posizione del De Vito, considerato oggi ancora unico imputato”.
Ma oltre ad aver confutato i profili tracciati dall’accusa, la difesa ha sollevato poi altri dubbi. La villetta della vittima si trova a pochi metri dalle altre case, in un complesso residenziale dove sono tutti amici e sembra assurdo che nessuno abbia sentito le urla di Marcella o il pianto della figlia che avrebbe assistito alla scena. E non quadra neanche che il pastore tedesco, aggressivo e solito abbaiare, come hanno confermato i testi, non abbia stranamente abbaiato quella mattina e sia stato trovato dentro casa dal Vincenzi che lo aveva invece lasciato in giardino poche ore prima. Ammesso poi che De Vito si sia recato a piedi da casa sua alla villa in via dei Latini è strano che per più di un chilometro e mezzo nessuno lo abbia notato, soprattutto al ritorno in cui magari era pure sporco di sangue.
Giorgio De Vito per la difesa non sarebbe capace di intendere e di volere quindi, e, soprattutto non sarebbe stato solo in casa di Marcella quella mattina del 3 febbraio 2010. “Probabilmente – ha concluso l’avvocato Valentini - De Vito si è solo frapposto tra la vittima e l’aggressore, riportando ferite e conseguenti tracce ematiche lasciate nell’abitazione, ecco spiegata la presenza del suo dna sul luogo del delitto”.