ANNO 27 n° 270
Di Meo e i suoi se ne vanno, evapora il Pdci viterbese

VITERBO – Il Partito dei Comunisti Italiani, quello che nel suo simbolo aveva conservato la storica bandiera rossa con falce e martello che fu Pci, si è completamente liquefatto. Il suo uomo più rappresentativo, l’assessore provinciale alle politiche del lavoro Stefano di Meo, mantenendo fede alla sua fama di “comunista duro e puro”, seguito da gran parte del gruppo dirigente, ha preso cappello è se n’è andato. E questa volta non ci sono di mezzo né incarichi né prebende da spartire. Ma una questione di principio. Una di quelle questioni per le quali, i politici a 24 carati erano pronti a mollare tutto, a cominciare dalla carriera e dalle posizioni di rendita. Proprio come ha fatto Di Meo.

Ecco, come l’ha raccontata lo stesso Di Meo in una conferenza stampa, la storia.

Una cooperativa di Frosinone lascia una decine di lavoratrici senza stipendio. Appresa la notizia da un quotidiano, Di Meo si reca nella Camera di Commercio e scopre che i responsabili della cooperativa sono legati al Pdci. Dapprima si rivolge ai vertici regionali de suo partito e quindi personalmente al segretario nazionale Oliviero Di Liberto, sperando che si schierassero al fianco delle lavoratrici. Ma, per tutta risposta , viene deferito alla Commissione nazionale di garanzia e sospeso per tre mesi dal partito.

Secondo Di Meo, con il comportamento tenuto in questa vicenda il Pdci ''dimostra di non saper piu' rappresentare gli interessi dei lavoratori davanti agli abusi”. La conclusione e conseguente: “ Insieme a tutto il gruppo dirigente locale abbiamo deciso di lasciare il partito”.

Ma Di Meo e i suoi non ci pensano nemmeno di abbandonare l’impegno politico. “Per il momento – ha spiegato non entriamo in nessun partito. Alle prossime elezioni provinciali e regionali sosterremo il centrosinistra e, se la candidatura alla Pisana di Enrico Panunzi nella lista del Pd sarà confermata, noi saremo al suo fianco”.

Di Meo ha concluso annunciando che se per questa scelta gli dovesse venir chiesto di lasciare l’incarico di assessore provinciale, lo farebbe senza esitazioni. Per la serie “vado dritto per la mia strada”.

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Qualcuno di voi ricorda, da una ventina d’anni a questa parte, il nome di un politico che abbia rinunciato a qualcosa, ancorché d’insignificante, per una questione di principio? Sicuramente no. E se qualcuno c’è stato è perché, in realtà, dietro le questioni di principio celava qual’altra cosa di meno nobile. L’ultimo esempio noto risale alle dimissioni di cinque ministri e tredici sottosegretari della sinistra Dc che, nel 1990, uscirono dal governo Andreotti per protesta contro l’approvazione della cosiddetta Legge Mammì (dal nome del ministro delle Telecomunicazioni dell’epoca, Oscar Mammì, appunto) che sanciva la nascita del duopolio televisivo Rai-Fininvest, ossia le televisioni di Berlusconi. Altri esempi, pochi per la verità, c’erano stati anche in passato. Ma dall’avvento della Seconda Repubblica in qua, mai. Ora, paragonare Di Meo con i grossi marpioni della politica nazionale è sicuramente eccessivo. Ma è fuori dubbio che il gesto dell’assessore provinciale alle politiche del lavoro di mollare baracca (il Pdci) e burattini (i vertici del suo ormai ex partito) perché non hanno garantito i diritti di una decina di lavoratrici, è senz’altro da sottolineare. Qualunque sia il giudizio sulla posizione politica espressa da Di Meo e da quanti l’hanno seguito in questa vicenda.




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