

VITERBO – Più volte in passato si era reso protagonista di comportamenti aggressivi e di minacce nei confronti dei suoi familiari e la scorsa settimana, in preda ad un raptus, ha iniziato a gettare oggetti dalla finestra, tanto che i vicini hanno dovuto richiedere l’intervento della forze dell’ordine: per questo motivo un uomo di 70 anni di Blera, A.C., è stato portato per l’ennesima volta al pronto soccorso di Belcolle e sottoposto al TSO (Trattamento sanitario obbligatorio), da dove, però, sarebbe stato dimesso solamente dopo alcune ore. Da qui la querela presentata dal figlio del 70enne, G.C, di 45 anni.
I FATTI - “Lo scorso 4 maggio mi trovavo a Genova con la mia compagna, quando sono stato chiamato dai carabinieri di Blera che mi avvertivano che erano dovuti entrare, forzando la porta, nella mia abitazione e fermare mio padre che, in preda ad un raptus – spiega il figlio -, stava lanciando oggetti di ogni genere dal quarto piano, rischiando di ferire le persone. I carabinieri, perciò, lo hanno dovuto far ricoverare all’ospedale di Viterbo con un TSO”.
“Quella stessa sera, il medico di turno a neurologia del pronto soccorso mi ha telefonato avvertendomi che mio padre non aveva alcuna patologia e che perciò sarebbe stato dimesso, ma ha anche aggiunto che se non fossi andato a riprenderlo subito ‘la questione si sarebbe complicata di molto’ – continua -. A distanza di poche ore, con una seconda telefonata sono stato nuovamente sollecitato a intervenire immediatamente, nonostante io non avessi alcun obbligo di legge e soprattutto non mi fosse fisicamente possibile far nulla, trovandomi in un’altra città”.
“Al mio rientro a casa, avvenuto nel pomeriggio del 5 maggio, sono stato avvertito dalla Clinica Salus di Viterbo che mio padre era stato trasferito nella struttura sanitaria dal pronto soccorso di Belcolle, ma da lì a poche ore si era reso protagonista di un altro episodio di violenza, rompendo un vetro, ed il personale della clinica lo ha dovuto inviare nuovamente all’ospedale cittadino - prosegue - . Ne è nata, così, una furiosa lite telefonica con i medici del pronto soccorso, che hanno minacciato nuovamente le dimissioni di mio padre”.
“A conclusione di tutto il mattino seguente, intorno alle ore 8, ho ricevuto una nuova telefonata dal posto di polizia del pronto soccorso, in cui l’agente di turno - sostiene G. C. -. mi minacciava che se non avessi provveduto a riportare a casa mio padre mi avrebbe fatto prelevare da una pattuglia della volante, poiché ero pienamente responsabile della situazione in corso”.
“E’ una cosa assurda – commenta G. C. – come è possibile che una struttura sanitaria non sia in grado di prendersi cura di mio padre e di gestire questa delicata situazione? Come mai in questo caso non si applica un TSO ad un soggetto pericoloso per sé e per la famiglia, mentre in molti altri casi persone sane sono subito sbattute in psichiatria per motivi futili ed imbottite di psicofarmaci?”.
“Per noi non è più sostenibile continuare ad assistere mio padre all’interno della mia casa, la mia vita è stata completamente azzerata, perché è da anni che si registrano questi episodi ed è necessario che qualcuno ci aiuti – conclude G.C. -. Per tutto questo chiedo che siano indagati tutti responsabili di questi avvenimenti, e tutti quei soggetti che le autorità competenti riterranno imputabili”.