

di Alessandra Pinna
Si intitola “A Breath”, un respiro. Quel respiro che, se da una parte è stato strappato, dall’altra è rimasto aggrappato ai superstiti di Haiti, poco dopo il terribile terremoto che colpì l’isola proprio lo scorso 12 gennaio. L’opera, nata dalle mani dell’artista viterbese Davide Orlandi Dormino, è stata realizzata all’interno della base logistica della Minustah (missione di peacekeeping dell’Onu) in memoria dei 102 caduti delle Nazioni Unite.
Il fratello di Dormino, Marco, fotografo dell’Unicef, quel giorno si salvò per un colpo di fortuna dalla catastrofe di un anno fa, uscendo dall’edifico dell’Onu una manciata di secondi prima che si sbriciolasse. Lo stesso Marco e il padre Roberto, dopo il terremoto, rimasero a Port au Prince per fotografare la situazione del paese e aiutare i superstiti. Fu di Roberto, infatti l'idea di aprire un conto corrente per la ricostruzione di un orfanotrofio, ultimato un mese fa, nel quale abitano 35 bambini.
La scultura che verrà inaugurata questa mattina nella capitale Port au Prince, è realizzata su una base di cemento la quale accoglie dei “fogli” di ferro e sui quali sono scritti i 102 nomi dei caduti. “Ho voluto che fossero nomi senza cognomi e non in ordine alfabetico – ha spiegato Dormino - perché quando la morte arriva non ha importanza che ruolo tu abbia avuto nella società. Così si può trovare il nome di Luiz (da Costa, capo della missione) accanto a quello di un soldato semplice haitiano, e tutti quelli che cercheranno il nome dell'amico saranno "costretti" a leggere dall'inizio questa lista prima di trovare il nome della persona che hanno perso”.
All’opera hanno collaborato circa dieci haitiani. “I primi giorni sono stati difficili – continua Dormino - ma in seguito sono riuscito a coinvolgerli nel progetto, si sono appassionati e lo sentono loro. Questo lavoro sfida il tempo, lo spazio e la gravità, esattamente come fa questo popolo disperato che va protetto e ricostruito”.
“Quello che ti colpisce è che nonostante sia passato un anno Port au Prince è ancora una città di miasmi e tendopoli”- dice Davide Orlandi Dormino da Haiti - le strade sono piene di voragini, maiali capre e galline frugano costantemente nella spazzatura. Mangiano e prima o poi verranno mangiati. Facile capire come sia quasi impossibile fermare il colera”.
“Per le vie – aggiunge l’artista – ci sono macerie, macchine abbandonate. Gli abitanti si fabbricano negozi come possono per tirare a campare. Ho visto un ragazzo su un banchetto con la macchina da scrivere. Dormiva ed aspettava che qualcuno gli chiedesse di scrivere una lettera. Vive così”. “Ma la città – continua Dormino – è anche viva e pieni di colori sgargianti, gialli bellissimi, rossi supremi che sulla pelle di bronzo di questa gente sembra avere un magnetismo diverso”.
L’opera di Dormino, in un paese che già prima del terremoto era considerato uno dei paesi più poveri al mondo e nel quale la devastazione, la morte, la paura e adesso il colera fanno parte della “routine”, potrebbe risuonare come quel respiro di speranza di cui la popolazione haitiana ha estremamente bisogno.