

Riceviamo e pubblichiamo:
Chi mi conosce, sa quale fascino eserciti su di me l’epica di qualunque genere, sia essa fantasy, classica, medievale, scandinava e chi più ne ha più ne metta.
Per grazia del Cielo (o per capriccio di qualche divinità beffarda) capita, poi, d’imbattersi quotidianamente in piccole o grandi saghe, che dell’epica hanno tutti gli elementi, tranne che un aedo o un menestrello che le canti. Ora, lungi da me attribuirmi un ruolo tanto greve di responsabilità o una qualifica altisonante come “bardo”, ma voglio raccontarvi un esempio di epica quotidiana della quale ho la fortuna di essere parte (anche se non più attiva come vorrei).
L’epica tratta di eroi che si cimentano in avventure all’apparenza più grandi di loro, e perché si possa parlare di avventura, l’eroe in questione deve confrontarsi con un ambiente ostile, con nemici pronti a contrastarlo, a distruggerlo, se possibile.
Prima analogia.
L’eroe in questione è una donna. Si chiama Elda Martinelli, e mi perdonerà se la eleggo a protagonista della mia storia senza chiederle l’autorizzazione.
L’ambiente ostile è la mia città. La nostra città, Viterbo, nella quale questa donna ha saputo compiere miracoli. Supplico la Musa di essere tanto cortese da suggerirmi le parole giuste per raccontare questa storia senza dilungarmi troppo, perché di cose da raccontare ce ne sono un mare.
A Viterbo regnava una strana quiete.
No, non “quiete”... “Torpore” è la parola giusta. Grazie, Musa. Un torpore granitico e vagamente compiaciuto che, negli anni, aveva instaurato una brutta imitazione di normalità alla quale i cittadini, gelosi custodi della propria pigrizia, si erano prontamente abituati. Ogni ora della giornata ticchettava sonnolenta, scandendo un allegro requiem per le coscienze della gente. Un incantesimo, potremmo dire. Sì, nell’epica esiste anche la magia, ma sarebbe troppo comodo dare la colpa a forze sovrannaturali. Era la città stessa a imporre quello stato, gli stessi viterbesi, e tutto scorreva così. Sveglia al mattino, chiacchiere di circostanza facendo colazione e lasciandosi intontire dalle facezie di prima pagina al telegiornale delle otto, e poi via al lavoro, altre ore con la vita impostata sulla modalità “pilota automatico”. Prendere i figli a scuola, pranzare, trascinarli (a volte) a fare qualche attività che li tenesse occupati per qualche ora in più (o in sala giochi), per poi tornare a casa e aspettare che i residui della giornata si consumassero (rigorosamente da soli) fino alla sospirata ora della cena. Un’altra po’ di tele-morfina e, per concludere, tutti a nanna.
Chi avrebbe mai osato scalfire un così perfetto marchingegno?
È qui che entra in scena la nostra eroina.
Memore di tempi passati nei quali qualcuno si era ricordato di quell'umano bisogno di creare bellezza, e del fatto che agli Umani era stato concesso il pollice opponibile anche per offrire un fiore, e non solo per cambiare canale o per premere i pulsanti di un joystick, Elda pensò bene di uscirsene con un proposito quantomeno bislacco: insegnare il teatro ai bambini.
L’epica non è immune da certe licenze narrative che, per la funzionalità della storia, vanno contro la logica, ed essendo il mio, per l’appunto, il racconto di fatti epici, non fa eccezione. Ebbene, nella città addormentata, i bambini accorsero. Ne vennero tanti, e impararono cose che nessuna scuola aveva mai insegnato loro. Impararono che, anticamente, erano esistiti dei signori di nome Plauto, Moliere, Shakespeare, Saint-Exupéry... Impararono che, per creare sfumature cromatiche su una quinta alla luce dei riflettori, questa andava dipinta in un certo modo; impararono a scrivere storie e a raccontarle attraverso le battute dei personaggi. Impararono che il coso rialzato davanti al palcoscenico per nascondere le luci si chiama “ribalta”. Impararono a fare maschere in garza di gesso, a inciampare per finta, a mandare a memoria un testo, a trasformarsi in persone diverse da loro e a dare loro vita col proprio corpo e la propria voce. Impararono tante cose.
E intanto gli anni passavano.
Alcuni di quei bambini si erano allontanati, altri erano rimasti talmente rapiti da tutti quegli insegnamenti da aver cominciato a pensare di farne il proprio mestiere. Altri ancora, ormai grandi, presero a insegnare quello che avevano appreso ad altri bambini. Molte cose cambiarono, alcune in meglio, altre in peggio. Solo due fatti rimasero immutati: Elda era sempre lì. E Viterbo continuava a dormire.
La scossa c’era stata, certo, nessuno poteva far finta di niente. Gli spettacoli dei bambini e poi dei ragazzi e poi ancora degli altri bambini e infine dei bambini e dei ragazzi insieme, si erano susseguiti anno dopo anno. Erano piaciuti troppo perché i “Signori” di Viterbo potessero semplicemente snobbarli. E così fioccarono parole grandiose. I piccoli, buffi palazzi del potere tuonarono esclamazioni come “inestimabile contributo”, “incentivo culturale”, “fioritura creativa”, “riferimento per i giovani”... Qualcuno si sbilanciò perfino con entusiastici “grazie”, ma la verità restava sotto gli occhi di tutti i Signori: sapevano tutti come la pensava Elda in merito a certe questioni... Tutti conoscevano le sue idee, le sue frequentazioni... Artistoidi, gente eccentrica... Forse addirittura (quest’ultima illazione veniva solo sussurrata) degli omosessuali... Non proprio un buon posto in cui mandare i propri figli. Ma che volete farci... Quegli spettacoli erano così carini... I ragazzi erano così bravi, se ne parlava così bene al supermercato, agli incontri scuola-genitori o alla messa delle cinque, che ostacolarli apertamente sarebbe costato fior di voti ai suddetti palazzi del potere. I Signori erano fiduciosi: Viterbo non era cambiata. Presto le sue mura di tufo e peperino avrebbero inghiottito questo pericoloso focolaio di creatività incontrollata, riportando le acque alla solita, rassicurante calma piatta.
Così non fu. Diavolo d’un’Elda! Quei ragazzi continuavano a seguirla! E ne arrivavano sempre di nuovi! Alcuni di loro avevano perfino cominciato a collaborare con realtà al di fuori della sua compagnia!
Elda tirava dritto soltanto coi propri mezzi, una barca piccola ma tenace ed elegante in un oceano le cui onde spumeggiavano sempre più stizzose.
Cercarono di toglierle lo spazio per le sue lezioni e per le prove.
Benissimo. Lei ne trovò un altro. E quando anche quello venne meno, fece di casa sua la nuova sala prove.
Cercarono di attaccarla.
Ottimo. Lei seppe fare di quegli attacchi la propria armatura. E continuava a tirare dritto come aveva sempre fatto. Per anni.
La sua tenacia, però, non era la sola cosa immutata, ricordate? Viterbo continuava a dormire.
E dunque venne il giorno in cui, finalmente, quelle onde stizzose diventarono cavalloni. Una muraglia d’acqua torbida e maleodorante si sollevò intorno a Elda e alla sua piccola barca elegante, per chiudere ogni via d’uscita a lei e a chi come lei, credeva nell’umano bisogno di creare bellezza.
Uno dopo l’altro, tutti gli spazi teatrali di Viterbo caddero sotto i sapienti colpi dei Signori e dei loro Ministri. Non più un teatro; non più un cinema. Anche trovare uno scantinato per mettere su uno spettacolo di burattini divenne impossibile.
La nostra eroina osò domandare:
«Scusate... Perché?»
E furono di ben altro tono, i paroloni che tuonarono dai piccoli, buffi palazzi del potere.
“Ingratitudine”, s’indignò la Reggia. “Senza Dio!”, rimbombò il Campanile. “Opportunismo”, strepitò la Cattedra, “Comunismo”, diede l’allarme la Banca, “Ipocrisia”, “Capziosità”, “Inammissibile Ingerenza” e un forsennato carosello di termini anche peggiori il cui significato (mi piace pensare) sfuggiva alle bocche sempliciotte che li vomitavano.
Era la morte di un sogno, si sarebbe detto, tanto più che Elda e un pugno di fedelissimi amici, per quel sogno, organizzarono un funerale. Fu un pomeriggio che grondava bellezza triste, e la campana a morto suonò tanto forte da scuotere le strade di tutta Viterbo. Accorsero a centinaia. A migliaia. E a migliaia piansero.
A quelle lacrime, i Signori risposero tuonando altri paroloni troppo sconclusionati perché io possa stare qui a ripeterli, e una risposta tanto meschina accese il pianto dei Viterbesi di una luce nuova. Di una speranza? Forse. Non so. Non oso crederlo.
E siamo all’unico punto in cui la mia storia si discosta dall’epica classica. I poemi, le saghe, le favole, erano raccontati da chi ne conosceva l’origine, lo svolgimento e la conclusione. L’origine l’ho vista. Ero lì. E ci sono stato anche per tanta parte dello svolgimento.
La conclusione?
Prego la Musa che sia la Città Dormiente a svegliarsi e scriverla. Insieme a me, a Elda, Arcangelo, Alfonso, Raffaele, Ramona, Laura, Alice, Francesco, Luca, Valentina, Linda, Simone, Ruggero, ......
Insieme al Teatro di Carta e a chi malgrado tutto, sente ancora quell'umano bisogno di creare bellezza.
Edoardo Stoppacciaro