ANNO 27 n° 259
Elda Martinelli: ''Non toccate i miei ragazzi, per favore''
''Ecco ciò che resta e che conta di un mese di impegno culturale a Viterbo''
08/05/2012 - 04:00

di Elda Martinelli

La notte invasa dai clacson assordanti, violenti e non autorizzati, nelle ore del riposo per giunta, da parte di un facinoroso quanto maleducato e irrispettoso gruppo di tifosi juventini, fuor di sé dalla gioia per la vittoria di uno scudetto: calcio, ecco l’unica cosa che apprezzano i cittadini (e gli amministratori) della nostra città. E secondo un sillogismo aristotelico (qualcuno spieghi ai suddetti cosa sia, per favore) uno sport come il calcio, con annesse compravendite lecite e illecite, non rientra nelle possibilità di convivenza cerebrale con la Cultura.

Per questo, stanotte, passata da un bel pezzo la mezzanotte, decido di dirla tutta, come la penso, visto che chiudere gli occhi non è proprio possibile: per i clacson ed i pensieri. Né credo in colpi di scena nella tanto attesa e annunciata Assemblea di questo pomeriggio al Trento: si ripeteranno cose dette nelle tante riunioni (nessuna operativa) fatte in questi giorni, perdendo ancora il tempo giusto per intervenire ed essere incalzanti (mi chiedo come ciò sia possibile per gente che si dichiara teatrante: i tempi giusti son la prima cosa, in teatro!...) E la somma della cose mi dice che dopo un mese di impegno smisurato (lo sanno bene il mio lavoro e la mia famiglia quanto tempo ho tolto loro!) Viterbo merita solo tifo calcistico. Niente di personale con i tifosi della Juve anche se ero tifosa dell’Inter, da ragazza: quando cioè c’erano Uomini come Boninsegna, ma soprattutto Facchetti e Mazzola (anche se poi io, per colpa di Ligabue, forse, mi sono sentita sempre un po’ Oriali…). Quando, insomma, valeva ancora la pena di gridare e di appassionarsi. Quando ancora c’era una morale e il calcio era uno sport sano. Prima del primo calcio scommesse, per capirci.

E così, dopo un sabato sera a teatro da dimenticare (non a Viterbo, Assessore, non si preoccupi: quella da Voi proposta è solo roba di prima scelta!..) e dopo un impegnativo ma corroborante pomeriggio domenicale al Cinema (anche questo non a Viterbo, Assessore: “Diaz” non è stato certo scelto in programmazione dal morituro Genio e sono dovuta andare a Vitorchiano per spiegare alle mie figlie perché dico sempre che a scuola si studia una Storia inutile e realmente fuori programma…) sono qui ad analizzare quanto sia vano ogni ulteriore tentativo di svegliare una città che probabilmente dorme serena, con tutto questo can can, mediatico sulla cultura… e anche calcistico, visti gli incessanti caroselli di macchine! E che, come ha ripetuto più volte Alfonso Antoniozzi, è sveglia solo dal primo al 4 settembre. Poi, grazie a chi l’amministra ma anche all’indole di molti che si lasciano amministrare così, cade in coma per 361 giorni. O forse è solo colpa dello scirocco che nella notte sposta i miei pensieri in uno sgangherato rendiconto.

Ma ho deciso di tirar fuori quel che penso e che condivido già da giorni con le persone a me più vicine. E lascio, signori: per quanto questo possa interessare i miei concittadini. Ma io non ci sto. Per me o è bianco o è nero, vivo con il cuore: una cosa molto lontana dal grigio della politica. Una cosa che sa di impegno in prima persona, esponendosi, anche, ogni qualvolta si crede in qualcosa. Che fa soffrire molto e guadagnar poco. Una cosa molto diversa da chi dice di impegnarsi per un bene comune ma sta continuando a tener due piedi in due pantofole: presenziando per necessità politica o puro egocentrismo al Funerale della Cultura pronti a mostrar pubblicamente gratitudine a chi gli dà una stanza o un teatro fatiscente per provare, sia esso il Comune o il Parroco compiacente.

E allora …giù ringraziamenti ossequiosi quanto servili a chi gli concede briciole, mentre alcuni si stanno massacrando a contattare, svegliare e coinvolgere nel profondo quegli stessi Dispensatori di bene Pubblici o Privati: così intanto il proprio utile è salvo e poi… divideranno quello che in pochi, forse, avranno conquistato. Tipicamente viterbese. “E che dovrei fare io?Trovarmi un protettore? Accarezzare la capra con una mano e annaffiare il cavolo con l’altra? Arrampicarmi oscuramente, con astuzia,come l’edera che lecca la scorza del tronco cui si avvinghia, invece di salire con la mia forza? Trovare intelligente un imbecille? No, grazie.” Edmond Rostand - Cirano de Bergerac (atto II, scena VII) E poiché io non passo il mio tempo né con chi non ascolta e si parla addosso facendo solo chiacchiere né con chi gioca sporco, preferisco seguire il mio amato nonno viterbese che mi ha sempre detto “le società son belle dispari, ma tre son troppi”.

Andare dunque avanti, intanto, visto che i miei ragazzi aspettano i nuovi copioni già in ritardo sulla nostra tabella di marcia annuale: sempre uguale, concreta e propositiva. Portata avanti da quasi trent’anni senza bisogno di aiuto. Con impegno e pagando sempre in prima persona le scelte fatte. Producendo cultura e formazione, senza clamore. Ma reale.

Per confermare, come diceva Alfonso Antoniozzi, che non è affatto vero che carmina non dant panem (spero qualcuno abbia tradotto nel frattempo la frase a chi di dovere, spiegandogli che “Carmina” non ha che vedere con Pianoscarano… ).

Godetevi dunque il frutto delle vostre lotte, che non hanno punti di condivisione con il mio modo di vivere. Mi sono sentita un pesce fuor d’acqua così tante volte in questo mese…

Ma poi ho capito quel che voglio veramente, più di un Teatro vero o di una sede meglio attrezzata di quella che molti hanno già e gratis. Lasciatemi i miei ragazzi. Lasciatemi la possibilità di sognare e crescere, ancora con loro. Di dargli una possibilità di esprimersi ed un esempio sano. L’ho fatto per vent’anni senza al Trieste vedervi mai o quasi mai partecipi dei loro tanti debutti, interessati solo a chiedermi luci, quinte o costumi, gratis. Noi della Teatro di Carta siamo stati tanto felici in questi anni.

E continueremo ad esserlo, perché non ci lega l’interesse o l’apparire, ma l’amore (che è disinteresse) e il condividere. Ovunque riprenderemo a lavorare sarà “casa”…sarà il nostro palcoscenico; fosse anche uno scantinato. Non toccatemi i miei ragazzi! Solo questo è quello che conta.

 




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