

In Italia sono circa 700.000 le persone malate di epatite B cronica, di questi solo 20mila seguono una terapia. È un'epidemia silenziosa che, purtroppo, continua a essere sottovalutata: all'inizio la malattia si manifesta con sintomi spesso blandi, ma se non viene trattata ha conseguenze cliniche molto gravi come , cirrosi per il 10-20% dei casi e, in quasi la metà di questi, si verifica il decesso per insufficienza epatica o epatocarcinoma, patologie per cui in Italia, ogni giorno, muoiono 57 persone. Nonostante questi dati allarmanti, la diffusione dell'epatite B, nel Lazio come nel resto d'Italia, è fortemente sottostimata. Quali sono le vie per sensibilizzare i cittadini? E, soprattutto, vi sono terapie efficaci per arrestare il decorso della malattia? Si è cercato di rispondere a queste domande in un convegno a Viterbo su "Attualità e prospettive nella gestione del paziente con epatite B", nel corso del quale sono state affrontate diverse tematiche, quali le indicazioni alla profilassi e al trattamento dell'epatite B nei pazienti immunocompromessi, l'infezione da HBV nelle persone detenute, la gestione infettivologica del paziente trapiantato, il trattamento dell'epatocarcinoma e gli aspetti inerenti i flussi migratori con la presentazione dei "Protocolli armonizzati per l'epatite B" Come è emerso dalle relazioni presentate dai numerosi esperti che hanno partecipato all'incontro, tra questi Giorgio Antonucci dell'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma e Aldo Morrone dell'Istituto San Gallicano di Roma, nel nostro paese solo ventimila persone sono, attualmente, in terapia, ma molte di più potrebbero trarre beneficio da trattamenti efficaci grazie ai progressi terapeutici ottenuti negli ultimi anni. Tra i farmaci più efficaci, l'Entecavir, un antivirale orale ad alta barriera genetica, che, se somministrato tempestivamente, ha dimostrato di poter impedire l'evoluzione dell'infezione verso stadi più gravi della malattia e di ridurre i rischi di insorgenza di cirrosi o di epatocarcinoma. A differenza degli antivirali oggi disponibili, la cui perdita di efficacia si sviluppa con solo una o due mutazioni del virus, il nuovo farmaco riduce, infatti, i danni a carico del fegato nel 96% dei pazienti, grazie alla sinergia fra la potenza dell'alta barriera genetica e la necessità per il virus di sviluppare almeno tre mutazioni per sfuggire all'effetto della molecola.