

VITERBO – I due pastori sardi arrestati l’altro giorno dai carabinieri di Tuscania per la coltivazione di oltre mille piante di canapa sono già agli arresti domiciliari. Lo ha stabilito il gip Salvatore Fanti, che ha ascoltato i due sardi ieir mattina nel penitenziario viterbese. L’avvocato Giovanni Bartoletti, legale di entrambi, ha chiesto e ottenuto, infatti, una misura cautelare minore per i suoi assistiti. Motivo: nessuno ha la prova che quelle piante fossero materialmente coltivate da loro.
Per O.F., di 41 anni, e L.G., di 48, quindi, cade l’accusa più grave, quella della coltivazione ai fini di spaccio di marijuana, ma restano, comunque, il porto abusivo d’armi, la resistenza a pubblico ufficiale e alterazione di arma da fuoco. ''Ora aspettiamo – ha spiegato l’avvocato Bartoletti – l’evolversi delle indagini, ma resta il fatto che sono estranei all’accusa principale. Nessuna prova o filmato che i miei assistiti curassero e traessero giovamento da quella piantagione’’.
Sotto sequestro, in effetti, sono finite anche le utenze telefoniche in uso ai due pastori che, adesso, potrebbero rivelarsi molto utili. Era già stato anticipato, infatti, durante la conferenza stampa di ieri il forte sospetto che dietro di loro ci fosse la mano di un’importante organizzazione criminale.
Era stata avallata l’ipotesi che dietro ad un traffico tanto vasto ci siano solo due pastori sardi; originari del Nuorese, ufficialmente dediti all’allevamento di ovini e trapiantati un paio di anni fa Tuscania, dove sono praticamente fantasmi. “Nessuno li conosce, né li ha mai visti. Nemmeno la comunità sarda della zona ha mai sentito parlare di loro”, ha sottolineato il capitano Massimo Cuneo. Pregiudicati sì, ma non per precedenti analoghi, tra l’altro.
In ogni caso si sta parlando di un business milionario. L’erba, messa sul mercato, avrebbe fruttato oltre tre milioni di euro. Ricordiamo che si sta parlando di un sequestro mai visto prima nella provincia di Viterbo. Il numero delle piante ammonterebbe a più di un migliaio, per un totale di tredici quintali di marijuana: ''Un vero e proprio tesoro economico sorvegliato a vista da guardiani armati”, come lo ha definito il colonnello Gianluca Dell’Agnello.