

VITERBO - Si è avvalsa della facoltà di non rispondere. E il mistero su dove si trovasse Mariola Henrijka Michta quella mattina del 3 febbraio 2010 rimane.
E’ripreso questa mattina nell’aula 4 del tribunale viterbese il processo in Corte d’assise per l’omicidio di Marcella Rizzello, la giovane mamma barbaramente uccisa con una trentina di coltellate nella camera a letto della sua villetta in via dei Latini, a Civita Castellana.
Presente in aula - come durante le udienze precedenti - Giorgio De Vito, considerato l’esecutore materiale del delitto e ritenuto “capace di intendere e di volere”, come emerso dalla perizia psichiatrica depositata giovedì scorso negli uffici giudiziari.
La Michta, invece, giudicata con rito abbreviato, è già stata condannata a 18 anni di reclusione, tre di libertà vigilata, più l’interdizione dai pubblici uffici. Questa la sentenza emessa dal giudice Francesco Rigato l’11 aprile scorso. Poi, il 7 ottobre, il colpo di scena. “La mattina del 3 febbraio la donna non poteva essere sul luogo del delitto perché in ospedale”. Questo, invece, il risultato delle indagini svolte dagli avvocati di parte civile, Fabrizio Ballarini (legale di Francesco Vincenzi, compagno della vittima), e Stefania Sensini (che rappresenta la loro bambina Giada).
Spieghiamo meglio: il range temporale dell’omicidio – stando alle perizie dell’equipe medico-legale che aveva svolto l’esame autoptico sul corpo della Rizzello – era stato accertato tra le 11,30 e le 12,30. Bene: alle 12,40 la polacca si sottoponeva ad una radiografia di mano, polso, avambraccio e gomito destro. Mentre alle 13,40 veniva registrato il suo ingresso al Pronto soccorso del Cto Alesini di Roma. E’ evidente che i conti non tornano e che la Michta debba chiarire la circostanza. “E’ l’accusatrice principale del nostro cliente. Se non era presente come ha fatto a raccontare per filo e per segno tutti i macabri particolari del delitto? Vogliamo spiegazioni”. Così la difesa di De Vito (rappresentata da Mario Rosati ed Enrico Valentini) che, invece, non ha ottenuto alcun chiarimento.
Sul banco dei testimoni, sempre stamattina, è salito un amico della donna: si tratta di Angelo Greco, lo stesso che l’avrebbe accompagnata al Cto della Garbatella. “Sì, lo portata in un ospedale ortopedico romano – ha detto - ma non il giorno dell’omicidio”. Eppure il certificato ospedaliero è agli atti; senza contare il fatto che, la mattina del 3 febbraio, il telefono cellulare ella polacca aggancia una cella di Roma (quella “ubicata in via G. Da Fiore, zona Cassia” si legge nei documenti in possesso dei legali).
Eva Kant