

VITERBO - Il conto non torna, non c’è ombra di dubbio. Da tempo la mia rabbia ribolle sempre più nel vedere il mondo girare in vite parallele, come se due pianeti percorressero due diverse orbite, con il vivere dei potenti o di quelli che hanno la presunzione di esserlo, giocando comunque un pericoloso Risiko con le vite degli altri (le nostre vite!) …e il vivere la vera vita, quella di chi il mondo lo fa girare per davvero, stringendo i pugni. E quella rabbia la canalizzo guardando giù dal ponte, avendo perso da tempo l’appagante sapore del perdono (come vi ho già detto): cosa affatto soddisfacente, cosa che toglie la pace, cosa non facile da modificare. Così, come Confucio, cerco di dare un senso alle ingiustizie della vita pensando che chi fa del bene, bene riceve… chi fa del male, male avrà. E guardo giù dal ponte aspettando di veder passare i cadaveri di chi male ha fatto e fa, impunemente. Ma qualcosa non va, da un po’ di tempo, se da questo ponte vedo passare, invece, chi ho amato, chi ho imitato, chi a distanza ho seguito e stimato. Ad majora.
Ho visto passare (non so se così è stato anche per voi…) un cantante stralunato quanto lucido poeta: pazzo e idealista come solo un anarchico appare agli occhi dei più, valoroso e impegnato come solo un chirurgo d’urgenza può essere. Umile, schivo, profondo, coerente. Ho visto passare (spero che anche voi ve ne siate accorti…) una donna che ha sempre vissuto l’impegno politico con il colorato pragmatismo delle tante pieces teatrali, scritte e interpretate. Una donna che ha lottato per tutte le donne, anche quelle che non l’hanno amata troppo: perché amava le donne. Perché ha vissuto la fama e lo stupro: entrambi sull’onda di estremi idealismi politici, rispettivamente di sinistra e di destra. In anni di piombo, vissuti tutti sulla propria pelle. Ho visto passare (non potete non aver pianto anche voi…) un uomo che non faceva il prete, ma che lo era davvero: scomodo, perché dava voce agli ultimi e gridava forte nel deserto dell’indifferenza e che tante volte i più (pre)potenti del mondo laico e clericale hanno cercato di mettere a tacere e di screditare. Ho visto passare (di certo l’avete pensato anche voi…) una donna che avrei voluto come nonna, a raccontarmi favole senza morale precostruita: per insegnarmi come solo in cielo puoi scoprire cosa più vale dentro ciascuno di noi. Ed ascoltare il suo essere una stella senza tempo né spazio, senza mai avere paura del nulla.
Di Enzo Jannacci ho amato l’allegria triste di chi denuncia con rabbia e delicatezza: sempre capace di suggerire una riflessione e una analisi, cibo per l’anima. Di Franca Rame ho apprezzato la determinazione e la capacità di raccontare e non tacere, mai: sempre opportuna e preziosa. La lotta quotidiana, senza mai abbassare la guardia. Di don Andrea Gallo ho ammirato la profonda fede in Dio quanto nell’uomo : quel suo vivere le piccole cose, quelle che non si vedono e non si sentono, quelle che non fanno clamore… ma che fanno tutti uguali. Senza primi e senza ultimi: sogno di anarchia divina e profondità umana. Di Margherita Hack ho sempre stimato la fermezza e la coerenza, pronta a battersi per ogni essere vivente e per nessun dio, a mostrare la risposta a quei perché che ognuno ha davanti agli occhi ma che non vede brillare.
E mi ripeto che qualcosa non va, se sotto il ponte vedo passare il meglio e non il peggio: se vedo passare chi ha lasciato un segno buono anziché un esempio cattivo. Certo, la carta d’identità potrebbe essere una risposta: ma gli eroi non hanno carta d’identità! O no?... E non lo sono forse stati, eroi, ognuno a modo suo?! Mi chiedo che significato abbia. Li vedo andar via senza vederne altri all’orizzonte: e la perdita è ancora più grande, più grande il vuoto lasciato. Mi sento più sola, più forte grazie a loro. E aspetto, ancora solo un po’… Perché so, come tutti sanno, che presto passerà anche Nelson Mandela: trent’anni in prigione a difesa dei diritti civili degli ultimi, trent’anni in politica per affermare i diritti civili degli ultimi. L’uomo che (per i pochi che si siano distratti o che non ricordino cosa sia stata e cosa ancora sia l’apartheid…) ha descritto meravigliosamente Clint Eastwood, nel bellissimo film con Morgan Freeman “Invictus”. Laddove la traduzione italiana del titolo in “Invincibile” non rende merito al significato dell’aggettivo latino, che significa “non vinto”. Cosa ben diversa e di significato assai più grande: che nel film viene avvalorata mettendo in bocca a Mandela /Freeman la meravigliosa poesia dell’inglese Henley, che chiude dicendo “…non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la vita. Io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima”.
E penso come ognuno dei grandi, morti in questi ultimi mesi (…che vi ho ricordato e che ricorderò per sempre) così abbiano vissuto e lasciato testimonianza. Ognuno padrone del proprio destino, ognuno perso nella propria arte che ci ha donato vivendola intensamente. Ad exempla.
Grazie a loro respiro odore di libertà e coerenza: che devo a loro, che oggi è la mia forza. Non perché si siano studiati a scuola, non perché usciti con prepotenza dalla tv. Solo perché hanno lasciato un segno indelebile nella storia/nella vita: solo perché hanno alimentato il sogno che ogni uomo deve continuare ad avere per vivere e non per sopravvivere. In modi e per strade tanto diverse. Ed un fortunato giorno, qua e là nel tempo, il mio spirito li ha incrociati.
E capisco che nulla è mai stato vano: meno che mai averli perduti, più che mai averli ascoltati.
Non si vince senza perdersi: nella musica, nel teatro, nella fede, nella scienza, nella politica. Per uscire non vinti. Anche quando, alla fine di tutto, si passa sotto il ponte: perché qualcuno ti veda e niente finisca!
(“…e ringrazio qualunque dio esista per l’indomabile anima mia”).