ANNO 27 n° 276
''Le cose che lasci indietro prima o poi ti raggiungono''
Riflessioni di Elda Martinelli, a voce alta e con “simpatia”…
10/06/2012 - 01:56

di Elda Martinelli

 

VITERBO - La frase non è la mia: ovvero è anche la mia. E certamente l’ho scritta prima io, su un tema in quinta ginnasio (al “Mariano Buratti” di Viterbo, la ruota era già stata inventata: correva l’anno 1976)…un tema che la giovanissima professoressa Maura Fracassini (che so essere andata in pensione lo scorso anno e che saluto, qualora mi leggesse sul web…) mi riportò con voto 10, prendendosi un irriverente quanto spontaneo “Ma lei è goja, professore’!!”

Eppure la frase che ho scelto per questo titolo, frase che la vita mi ha dato modo di verificare e assaporare con tutto l’amaro che ha dentro, l’ho ritrovata, tale e quale, in un bel film di alcuni anni fa, con Richard Geere “L’angelo rosso”, quando, nel finale, la coraggiosa e battagliera avvocato cinese rimprovera l’avvenente e avventato protagonista per aver lasciato irrisolte molte cose della sua vita, che si erano trasformate inevitabilmente in fantasmi onnipresenti.

E quando l’ho sentita, bella ed efficace, mi son detta che forse aveva ragione la prof. a mettermi molti altri 10 nei miei temi seguenti, dopo il primo, sostenendomi sempre, negli anni, perché scrivessi: di teatro e non solo. E venendo a vedere moltissimi dei miei allestimenti, da allora ai più recenti.

In fondo qualcosa di simile mi fu detto anche in Rai, quando sorpresi molti e salutai andandomene, perché, in quel momento e in quell’ambiente, quel modo di essere autore testi, senza mai veder comparire il mio nome, per contratto, mi frustrava assai.

Pochi anni fa mi è clamorosamente accaduto di nuovo trovare una “mia frase” usata da altri, quando Paolo Manganiello mi regalò il mio primo libro di poesie di Nazim Hikmet: non lo conoscevo, sorrisi pensando a quel che ho sempre pensato (che cioè, a differenza di saggisti o romanzieri, chi scrive poesie e poi le pubblica è un gran presuntuoso o un gran frustrato, o un irrisolto… e comunque pretende, in due righe e con due immagini più o meno evocative, che altri lo capiscano e magari lo apprezzino pure, senza pagare uno strizzacervelli!.. perché per me, da sempre, le poesie son cose troppo intime, per essere pubblicate: pochissime persone, nella mia vita, hanno letto quelle che ho disseminato nei miei primi cinquant’anni).

Così, sfogliando le prime pagine di quel libro di poesie di Hikmet, mi blocco su la poesia “Amo in te”, una del gruppo “Lettere dal carcere a Munnevér”, che si concludeva esattamente come avevo concluso una mia tormentata composizione di adolescente in un altro tema libero “…amo in te tutto, ma non la disperazione” (del quale conservo ancora la brutta copia: e la mia prof. mi è ancora una volta testimone e forse ancor più orgogliosa di me, ora… nel caso non avesse notato il sincronismo con il grande poeta turco, prima di me).

In questi casi e in altri, quando non è stata solo una sensazione condivisa o solo una coincidenza riscontrata, ma una frase oggettiva che, nella vita, ho ritrovato in bocca e cuore altrui, scritta dipinta o musicata, ho cercato di pensare che forse, in fondo in fondo, non valevo così poco come sempre mi sono sentita stimata, se poi detta da altri più famosi di me è piaciuta, con ampi riscontri di pubblico: e mi sono goduta nella silenziosa penombra del vivere le mie piccole soddisfazioni.

Con il passare degli anni, però, non aver avuto riconoscimento di idee o altro (piuttosto frequente, nella mia vita, piena potenzialmente di valori etici e soddisfazioni morali, andate spesso deluse e violentate) l’amarezza è cresciuta in me ( “I can get no satisfaction”, cantavano i miei amatissimi Rolling Stones) e mi ha fatto chiudere nei cassetti del tempo, anche con frettolosa rabbia, molti cadaveri che però, prima o dopo, hanno iniziato a emanare cattivi odori.

Così, questa sera di giugno, con il suo nuvoloso tramonto e la sua notte che si avvicina più lenta e minacciosa che mai (come per tutti quelli che lasciano i propri troppi dubbi e pensieri pericolosamente vicini sul comodino) mi suggerisce di affrontare cose lasciate indietro e che mi hanno tanto dolorosamente raggiunto negli ultimi giorni.

Perché avendo perso totalmente il sapore del perdono, affogato nell’amarezza delle difficoltà che la vita non mi ha risparmiato, dopo aver spazzato via di recente cose che mi hanno addirittura fatto perder la salute (molto più saggia mia sorella - ne ho geneticamente una- che tra Zumba e Kick Boxe ha sempre vissuto meglio di me!) ho pensato di far chiarezza su un paio di cose. Ed userò queste chiacchiere ad alta voce per invitare ciascuno di voi a fare altrettanto, prima di essere mangiati dal rimorso di non aver avuto una vostra giusta richiesta di chiarezza e riconoscimento di meriti. Perché non è giusto “non riuscire ad avere nessuna soddisfazione!” …come dicevano i miei amatissimi Rolling Stones.

Avrei voluto andare a vedere questa sera lo spettacolo “Edipo Re(ietto)”, proprio di quel Paolo Manganiello dei libri di poesie di Hikmet. Avrei voluto recensirlo (come ho fatto per il bel saggio di teatro integrato dell’Istituto Orioli, visto ieri sera al san Leonardo e che pure invio in redazione, perché è stato qualcosa di più che riuscito e meritevole!!)… magari anche perché accomunati dall’essere entrambi laboratori che offrono possibilità a chi spesso è tagliato fuori dalle “normali” possibilità: lo spettacolo di Paolo Manganiello e Chiara Palumbo, infatti, è stato anche quest’anno la conclusione delle attività laboratori del Dipartimanto di Salute Mentale, coordinato da Emanuela Appolloni.

Ma, dopo il debutto di ieri sera, la replica di oggi è stata rinviata alla prossima settimana, quando mi sarà impossibile vederla. Non voglio quindi chiudere di nuovo quel cassetto…e dirò comunque quello che penso di questi stimati professori e professionisti dello spettacolo, su notizie di prima mano, senza addentrarmi in giudizi su particolari che non posso aver apprezzato, ma spero di trovare in una futura replica. Mi baserò quindi solo sui fatti.

Come ogni loro laboratorio anche questo è stato attentamente e capillarmente presentato dai significativi manifesti di Massimo Risca, da me visti su molte plance di tutta la città; i costumi mi giunge voce fossero molto belli (sono lieta che abbiano abbandonato allestimenti minimalisti!) curati da Viviana Ginebri, costumista del Tuscia Opera Festival. La scena economica ed efficace, particolarmente adatta: il Parco del Bullicame… Nulla di nuovo, mi vien detto, per testo e regia (oltre alla lunga parte registrata dalla voce di Alfonso Antoniozzi)…come sempre stringati e criptici, regia e testo: pieno di citazioni. Tante citazioni. Fra le altre quella dei “percorsi nel giardino di Destino” tratta dal fumetto inglese Sandman, presa ex abrupto dall’adattamento di Edipo Re, fatto nel 2005, da me e Alfonso Antoniozzi, poi letto e condiviso, all’epoca, con i suddetti registi... E così pure per gran parte delle scelte musicali, rock.

Nulla da ridire: Alfonso ed io siamo per la libera circolazione delle idee e dei testi, che spesso non depositiamo in SIAE… E mi rendo conto che avevo avuto proprio una bella idea contestualizzando in Sofocle quella citazione del XX secolo… Una delle mie molte idee sulle quali poi altri hanno mangiato.

Molte insegnanti, infatti, usano in altri laboratori miei testi elaborati e portati in scena da” Teatro di Carta” con i loro figli o con loro colleghe: magari telefonano, prima di usarli!

Stultus quoque si taquerit, sapiens reputabitur. Tradurrò per gli intellettuali che non hanno studiato latino: “anche lo stolto se sta zitto, verrà creduto saggio”. Quindi non aggiungerò altro. Ma chiuderò un cassetto, stasera, senza sentirne più la puzza dentro.

Provateci anche voi, ogni tanto. Aiuta ad andare avanti meglio.

 




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