ANNO 27 n° 270
L’appartenenza (occupazione sì, occupazione no…)
Riflessioni di Elda Martinelli, con “simpatia”…
26/11/2012 - 04:00

di Elda Martinelli

 

VITERBO - Sì, vorrei proprio parlare di quello che sta succedendo in queste ore nelle scuole dei nostri figli, qui a Viterbo ma non solo: e non per stare sulla notizia. Ma perché, in fondo, fra le tante cose che non si fermano mai nella mia testa, girava questa idea, già da un po’ di tempo… questo argomento del quale ragionare a voce alta, con voi.

E voi, ora, siete soprattutto voi studenti: con i vostri cellulari di ultima generazione, sempre super collegati alla rete e che ora, spero, siate a leggere le parole di una ex studentessa. Proprio voi: che usando e abusando di facebook et similia avete largamente preannunciato le vostre iniziative di protesta studentesca a tutte le diverse autorità che tanto contestate (quelle scolastiche, quelle dell’ordine pubblico… sottovalutando poi, ingenuamente, le infide e ben celate “spie cibernetiche” che vivono nella vostra vita virtuale!)

Noi, almeno, abbiamo sempre avuto la fortuna di non possedere un tale benessere telematico, ma di agire allo scoperto (con tutti i rischi che la cosa comportava) rapidi, diretti e con un efficace effetto sorpresa, nelle nostre contestazioni: dicendocele tutte… come le pensavamo le nostre idee in merito di lotta/diritti e cultura… dicendocele dritti negli occhi (con un coraggio ben maggiore di un “invio” e una “cliccata”…) fino ad ottenere un chiarimento che, invece, il vostro amato computer ostacola nella parte della sua indispensabile limpidezza. Ma forse capirete fino in fondo quello che sto dicendo solo a cinquant’anni, come me. Quando la giusta distanza del Tempo svelerà la Verità (mi rendo conto di aver usato il titolo di una celebre statua del Bernini, finora ritenuto retorico… e che invece prende adesso pieno significato!!)

Ebbene, non ho preso “carta e penna” per contestare la vostra contestazione: credo di esser prima di tutto una persona coerente e sto per portare in scena con la Compagnia dei Piccoli un adattamento di ROBIN HOOD, il cui sottotitolo è “…ribellati e ribellati ancora, finché gli agnelli non diventeranno leoni!”. Perché quando si lotta affinché non sia lesa la propria libertà, quando si lotta perché vengano rispettati i nostri diritti, trovo giusto alzare la voce con fermezza: ma prima ancora con correttezza e un briciolo di certezza che la cosa serva! E soprattutto non per voler apparire, nel proprio egocentrico individualismo: ma per fare, concretamente, qualcosa insieme.

Dico questo perché, miei amatissimi ragazzi, il coltello dalla parte del manico non ce l’avete voi: e non ce lo avrete mai, nella maggior parte dei casi, perché non è questo il vostro ruolo. Non ora, non da studenti. E finché le occupazioni saranno solo un pretesto per lanciarsi insulti pseudo politici su facebook, pressoché illeggibili, peraltro, così privi di punteggiatura! … o per postare (credo si dica così) foto di gruppo tipo “villaggio vacanza” nel giardino del vostro istituto …o ancora organizzare lezioni di zumba e macarena… rimpiangerò le autogestioni, vere quanto inutili, di istituti romani e milanesi che, ai miei tempi, analizzavano in confronto i pensieri di Marx e Nietzsche , oppure si perdevano in commenti e parallelismi tra la Bibbia e il Capitale, in una straripante serie di “pippe mentali” che però avvicinavano, almeno, con tutti gli errori inclusi nel fai-da-te, alla conoscenza (di qualcosa in più)… forse anche un po’ più di sé, (magari!) con l’altro che ti era accanto.

La farò breve e dirò quale è l’unico motivo per il quale mi sento ancora debolmente vicina a voi e per il quale non ho limitato mia figlia Alice, obbligandola ad astenersi da questa esperienza che (comunque) reputo formativa (né più né meno come può esserlo cadere dalla bicicletta, la prima volta)…

L’appartenenza.

Voi non conoscete Giorgio Gaber. Perché per alcuni è un desueto mito delle sinistre (della vera a pura anarchia, semmai : quella della condivisione unitaria e della crescita collettiva…) per altri è solo un tedioso cantautore rompiballe della vecchia generazione (creatore del vero e primo teatro di parola, semmai: con l’ironia e la profondità che si sognano Ascanio Celestini &co.) Per me è stato un grande poeta, uno di quelli che non si capisce perché non venga studiato nelle antologie scolastiche (eppure è morto!...). Poeta, e come tale conoscitore dell’animo umano tout court: maschile, femminile, dei fanciulli, di chi lotta, di chi ha troppo e di chi ha troppo poco. In beni e in spirito.

Dunque se voi cercate l’APPARTENENZA al vostro essere “insieme” studenti, ben venga l’esperienza anche dell’occupazione: rivendicando il vostro diritto allo studio. Studio pubblico intendo: non dovendo ricorrere a pesanti rette, come pur ho dovuto fare anche io, per l’altra mia figlia Laura: perché a Viterbo “città d’arte e cultura” fino a due anni fa non si è mai dato vita ad un Liceo Artistico di tipo Accademia pubblico… ed ho dovuto finanziare con (per me gravosissime!) rette una scuola privata. Ma almeno laica! Il problema delle scuole gestite da suore e preti, invece, che prendono i soldi dallo stato (non chiedetemi la maiuscola, non in questo caso: lo Stato è di tutti, non solo dei ricchi!) e che ora potrebbero, con il ddl Aprea (già proposto ai voti 4 anni fa, ed oggi pericolosamente giunto al Senato, in attesa di approvazione finale… che tenderebbe a togliere autonomia e democrazia, rendendo la Scuola sempre più un’azienda con partecipazione a privati: fino a che punto!? a quale titolo!? si chiedono anche alcuni prof. interessati )…ora potrebbero, secondo i più, vedere addirittura l’immissione e l’equiparazione nella scuola pubblica di tali “metodi gestionali” prima che educativi e formativi : cosa semplicemente ripugnante, avete ragione.

Ma il paradosso è che non spetta a voi la protesta, pur condivisibile, di tali argomenti: perché la giusta opposizione ad una palese ingiustizia sociale dovrebbe venire dall’alto!! Proprio perché interesse di motivo sociale. E mai si sarebbe dovuti arrivare a questo punto. Anche se, da sempre, si è legalmente consentita, in italia (mi è ancora una volta sfuggita la minuscola… chissà perché!?) la formazione culturale “a doppia velocità” di chi, nella imprenditorialissima scuola privata, è educato in un religiosissimo “mondo protetto” verso una edulcorata visione della vita (che non è la Vita!) ma che, comunque, troverà il lavoro grazie a chi ha potuto pagargli gli studi …accanto a chi, nella scuola pubblica, senza carta igienica e riscaldamento, arriva pure ad una laurea con 110 e lode per poi andare a pulire le scale nei condomini! E vi dirò di più: trovo già abbastanza scandaloso che, grazie ai Patti Lateranensi, vengano scelti e formati dal Vescovo ma pagati dallo Stato i docenti di religione nelle Scuole Pubbliche, persone che magari non hanno una pallida idea di concetti basilari (per un qualsiasi insegnamento, tanto più quello religioso) di parole come “pluralismo” e “rispetto”!!!

Dunque, per non divagare sul dolente quanto carente punto della formazione spirituale, prima che religiosa, dei nostri ragazzi (da parte di una Scuola /Stato opportunisticamente religiosi/ o laici…) tornerò a dire quel che penso sul tanto anelato spirito di appartenza, che tutti, prima o poi cerchiamo. Perché è una grande certezza. Ma non è così lontana da noi. E di certo non è una tessera sportiva né politica, se non si ha amore per lo sport o per la politica: in quanto il primo non è la medaglia vinta, né il secondo l’appoggio del partito.

Risposi qualcosa del genere, cari ragazzi che forse state ancora occupando la scuola, forse leggendo queste mie parole insieme… sì, dissi qualcosa del genere, alla vostra età, a chi mi spingeva in modo molto coercitivo, a sedici anni, a prendere la tessera dell’Azione Cattolica: solo perché frequentavo uno stimolante (allora… ma era la fine degli anni Settanta!) gruppo parrocchiale. Mi dissero che quel pezzetto di carta mi avrebbe dato “l’appartenenza” … Li guardai molto perplessa, declinando l’invito e aprendo il mio primo irreparabile dissidio con la Chiesa Terrena.

D’altra parte non ho mai fatto le scelte giuste, io. Anche di recente: così mi è stato detto da più di un’esponente del clero locale… Beh, si sa, mi sono sempre schierata con chi a casa non ha portato molto, se non la propria onestà.

Per essere precisa, senza far nomi e cognomi, sappiate che quel no ad una tessera lo risposi a due ragazzi poco più grandi di me: ma che l’avevano vista lunga sul loro personalissimo concetto di appartenenza! Almeno se, oggi, viterbesi entrambi, sono diventati personaggi pubblici della politica e dello spettacolo.

Per me, invece, oggi come allora (come gli dissi… come meglio di me dice Giorgio Gaber nella sua canzone) “…l'appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme …non è un insieme casuale di persone, non è il consenso a un'apparente aggregazione: l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé. L'appartenenza è assai di più della salvezza personale… E' quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa,

che in sé travolge ogni egoismo personale con quell'aria più vitale che è davvero contagiosa!

L'appartenenza è un'esigenza che si avverte a poco a poco… si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo: è quella forza che prepara al grande salto decisivo… che ferma i fiumi e sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti in cui ti senti ancora vivo!”

So che capite queste parole: perché le parole di un poeta non sono mai vecchie… pensate a Saffo, Catullo, Edmond Rostand, Emily Dickinson, Eugenio Montale. Giorgio Gaber.

E trovate la vostra appartenenza: che oggi, per voi (in lotta o no) è quella di riconoscervi studenti… perché diventi forza comune per salvare un diritto. Conoscenza e ricchezza. Non sopraffazione del diritto altrui. Godete la vostra appartenenza anche e soprattutto quando capirete che una strada intrapresa non è quella giusta: o che non porta dove credevate. Parlare e condividere vi porterà a capire che tornare sui propri passi o riconoscere un errore non è mai una sconfitta, ma una vittoria ed una crescita. Se lo si fa insieme.

Perché vivere non è facile, si sa: soprattutto alla vostra età. Ma trovata l’appartenenza, credetemi, diventa meno difficile: e prende un senso. Forse prende un senso anche la vostra occupazione. Per questo, un ex studentessa di oltre cinquant’anni, ormai, cancellando dagli occhi e dal cuore molte vostre corbellerie scritte e da me lette su facebook, vi dedica dal profondo del cuore l’ultimo verso di quella dissonante e poco nota canzone di tanti anni fa, cantata da Giorgio Gaber:

“…Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire NOI”.




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