ANNO 27 n° 260
Noir di Gradoli - "Esposito non era in casa al momento del delitto"

“I dati certi di questo processo si contano sulle dita di una mano, il resto sono tutte chiacchiere. E vi spiego il perché”. E’ così che l’avvocato Mario Rosati, legale di Paolo Esposito, ha aperto la sua arringa.

Il procedimento giudiziario viterbese più eclatante dell’ultimo decennio, quello sul giallo di Gradoli, volge al termine: dopo le requisitorie del pubblico ministero Renzo Petroselli e delle parti civili, ieri si è aperto il turno delle difese. “Terminerò il 4 maggio insieme al collega Pierfrancesco Bruno”, ha spiegato Rosati. Poi, il 6, sono previste le repliche di parte e, il giorno successivo, la Corte, presieduta dal giudice Maurizio Pacioni, emetterà la sentenza.

Sul banco degli imputati – lo ricordiamo – insieme all’elettricista di Gradoli, c’è Ala Ceoban, ed entrambi sono accusati del duplice omicidio di Tania (compagna del primo e sorella della seconda) e della figlia adolescente Elena, scomparse nel nulla da Gradoli il 30 maggio del 2009.

Che ci siano ancora molte (troppe) zone d’ombra nell’ambito della ricostruzione effettuata dalla pubblica accusa è una circostanza già emersa durante le varie fasi del processo e “oggi (ieri per i lettori, ndr) abbiamo confermato la debolezza del castello accusatorio”, ha detto Rosati, che ha incentrato la sua arringa su una questione soprattutto. “Il pm – ha spiegato il legale – ha sempre sostenuto la contemporanea presenza degli imputati e della vittima nella villetta di Cannicelle al momento del delitto, e cioè alle 18,15. Bene io posso provare che Esposito, il mio assistito, a quell’ora non era in casa”.

C’è infatti un testimone, Francesco Righi, che dichiarò di aver visto l’elettricista quel sabato 30 maggio. “Durante il primo interrogatorio dai carabinieri Righi raccontò di aver visto il mio assistito dalle 18,15 alle 18,45 nei pressi del fioraio di Gradoli, dove stava sistemando alcune antenne da lui stesso installate”. Righi, quel giorno, parlò anche con Esposito. “Gli chiese quando sarebbe andato a sistemare la sua antenna e il mio assistito rispose che sarebbe andato a prenderla ad Orvieto il lunedì successivo, e cioè il 1° giugno”.

Poi, però, Righi aveva ritrattato. “Venne riascoltato il 18 novembre dai carabinieri e spostò la sua ricostruzione di una settimana, quindi disse di aver parlato con Esposito sabato 6 giugno”, ha aggiunto Rosati, dicendo che non sarebbe possibile. “Le telefonate che Righi fece ad Esposito per sapere se la sua antenna fosse arrivata furono ben quattro, tutte risalenti a martedì 2 giugno. Se avesse visto Esposito sabato 6 giugno che lo avrebbe dovuto contattare il 9 giugno. I tabulati telefonici ci dicono che non è così”.

Non solo. L’avvocato Rosati ha insinuato anche un altro dubbio. “Siamo proprio sicuri che Tatiana sia arrivata da sola a Cannicelle?”. Il sospetto viene perché, come già noto, il cellulare della moldava, quel giorno, aveva agganciato la cella di Capodimonte. “Non c’è nessun autobus che da Capodimonte va a Gradoli”. E questo per il legale sta a significare che “Tania è stata accompagnata a Cannicelle da qualcuno”. Ma da chi? E’ da questo interrogativo che, il 4 maggio, ripartirà l’arringa di Rosati.




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