ANNO 27 n° 261
Palle di Natale...
Riflessioni di Elda Martinelli. Con simpatia...
09/12/2013 - 04:00

di Elda Martinelli

VITERBO - Vivo il Natale senza la serenità dovuta, lo riconosco. E’ per me una di quelle festività “difficili”, come le molte precostituite e da condividere con tutti (…festa della donna, della Mamma e del Papà, santa Pasqua, festa della Repubblica, di santa Rosa e molte altre!). Ho un mio calendario laico, tutto personale, nel quale festeggio, da me o con chi ha realmente condiviso quei “momenti”, la data di un debutto, di un viaggio, di un incontro. Di una partenza o di un arrivo. A mala pena tollero il calendario dei (miei) compleanni: forse perché preferisco i non-compleanni (…che sono molti di più! A dirla tutta: a dirla come “Alice”). Forse perché lego indissolubilmente il concetto di festa ad un’emozione profonda e partecipata, con chi voglio io e non con chi devo: anche solo legata ad una piccola cosa, niente di universale… ma sentita e vibrante. Vera. Inattesa. Imprevista, come ogni vera felicità (…cuore intenso della festa).

L’unica cosa che addolcisce il sapore del Natale, per me, è l’Albero. Ed anche la nociata. La nociata è un dolce a base di miele e noci, opportunamente caramellate e poi chiuse in gustosi bocconcini, tra due foglie di alloro: il sapore della mia infanzia, le speranze della mia adolescenza, la presenza indimenticabile della mia amatissima nonna (con la quale ho imparato a cucinarla: ma anche a cucire e ad ascoltare, a riparare ciò che si rompe anziché buttarlo, a coltivare l’orto e la felicità dell’attesa, a far conserve e crostate… ad amare). Per nulla al mondo il mio Natale può essere senza nociata: sarebbe come tradire mia nonna, sarebbe come dimenticarla (e le persone muoiono quando ci dimentichiamo di loro: mentre lei, come tanti altri, mi sorride accanto… in quel profumo di miele e di alloro, che ammorbidisce ogni mio Natale!).

L’altra cosa è l’Albero (oltre a un piccolo Presepio, che l’anima laica o religiosa di ogni teatrante non può negare: come allestimento scenico personalizzato del soggetto più rappresentato, nei secoli e al mondo!). E non tradirei mai la consuetudine di allestirlo, con tutta la famiglia, la mattina dell’8 dicembre: per nulla al mondo. Ho bisogno dei miei riti ed amo le tradizioni, desiderio di certezze in una vita satura di tante “flessibilità” che mi sarei evitata, ma che ho accettato. Così, per esempio, non cambio mai le decorazioni del mio albero, che uso da quando (forse trent’anni fa…) ho confezionato e personalizzato: acquistando in un supermercato della città le più classiche palle di Natale, rigorosamente rosse. E applicando, poi, fiocchi bianchi, con i quali le aggancio ad un albero sintetico: non bello, lo so, ma che almeno risparmia la vita di un vero abete.

Quando ero più giovane, collocando quelle palle colorate, leggevo nel loro rosso lucente tutto il mio ardore per l’esistenza: il rosso è amore, è passione teatrale (rosso è il colore dei sipari! …solo il teatro dell’Unione ha un sipario beige, segno della inopportuna tristezza degli amministratori che lo vollero, evidentemente mal consigliati dagli inesperti esperti) e anche passione politica (rosso è il colore di una certa bandiera!... non a caso, ai tempi, cantavo con orgoglio quella certa canzone). Così, collocandole tra i rami, in una palla rossa vedevo tutte le cose che avrei fatto nella mia vita, in un’altra palla rossa la mia casa bella e accogliente; in una, ancora, la solida famiglia piena di figli… tanti figli! In una (che mettevo in alto e mi sembrava più rossa delle altre) vedevo tutto l’entusiasmo per il futuro di questa città tanto amata; in una tutte le possibilità anche economiche che il lavoro mi avrebbe offerto; in un’altra tutto il mio desiderio di cambiare il mondo… e in quella accanto, la più lucente di tutte, l’ambizione di non lasciare questa vita senza aver fatto qualcosa per la quale non essere dimenticata. Non diventando famosa, come lo intendevano altri amici teatranti che partivano per Roma con la valigia piena di speranze… ma rimanendo viva nel cuore di molti e per molto tempo, compiendo qualcosa di indimenticabile. Per vincere il tempo, la morte e l’oblio. Ho sempre puntato in alto, lo dico oggi come allora: il mio motto è vincere e non solo partecipare! Toccare le anime, non firmare autografi.

Negli ultimi anni, attaccandole all’albero (che pure comincia a perdere con tristezza i suoi aghi sintetici, più o meno come io perdo le mie speranze…) quelle palle di Natale, ancora rosse e lucenti, mi sono apparse sempre più come bolle di sapone pronte a scoppiare con tutte le aspettative riposte in loro, in tanti anni…. per così tanti Natali: non ho un lavoro economicamente sicuro e non ho certo fatto le fulgide carriere di molti miei compagni di scuola (… sono rimasta, ahimé, solo una teatrante! E per questo ho preferito disertare le ultime rimpatriate, fra compagni di classe: so che mi leggi, Smartie*, perdonami). Non ho di certo cambiato il mondo e seppure credo di aver molto curato la Cultura, che tanto ho coltivato e stimolato tra i miei ragazzi, penso di non aver avuto pressoché nulla dalla mia città che ho molto amato (per lo meno non dagli addetti alla cultura: sempre pronti a rispondere a chi batte loro cassa… senza valutare la qualità, che d’altra parte non sanno neppure distinguere, anche loro mal consigliati da esperti inesperti -bis… e mai hanno dato risposta ad un nostro invito, per vedere una delle oltre 200 rappresentazioni fatte dalla Teatro di Carta, in vent’anni: fatte solo autotassandoci. E più volte, di recente, ho pensato che se avessi usato i soldi dei francobolli, spesi ogni anno per tutti gli inviti spediti alle autorità dal ’93 a oggi, magari avrei fatto pure un paio di spettacoli in più! …).

Che dire poi della mia casa? La cerco dentro una delle palle di Natale, ricche dei miei sogni. E la vedo. Ah, se la vedo! Non è la casa in campagna che tanto sognavo con giardino, alberi ed orto: ma i miei terrazzi sono carichi di tanti vasi che curo con amore, che con amore ricambiano dando anche pomodori, in estate! Dentro la mia casa sembra sempre un campo di battaglia: i divani (rossi!) sempre spostati per provare spettacoli, costumi da cucire, fotocopie da distribuire ai miei ragazzi, copioni da leggere, brandine di chi si è fermato a dormire da richiudere, panni da stirare… Ma c’è sempre la caffettiera pronta per fermarsi a parlare davanti a un caffè, per chiunque suoni alla porta. Che dire, poi, della solida famiglia? “Dai diamanti non nasce nulla…” e dalle macerie ho invece tirato su qualcosa di diverso dalle aspettative di adolescente: più solido e prezioso di un diamante, però. Questo è vero. Così guardo il mio Albero di Natale, quest’anno. Prendo forza, cancello amarezze e disillusioni. Prendo le ultime palle di Natale, quelle da mettere in alto, bene in vista. Naturalmente rosse. Perché tutto è Rosso, a casa mia. Anche il gatto, anzi, la gatta: che guarda perplessa questo albero senza odori. E sorrido, finalmente felice e appagata, perché di figli, ne ho tanti: ma proprio tanti, questo sì. Ve l’ho ripetuto spesso… sono la mia forza e ne sono fiera: che abbiano il mio sangue o no, “sono figli a me!”.

Le rosse palle di Natale, più di ogni Natale, sembravano pronte a scoppiare come bolle di sapone, quest’anno. Quel loro rosso che per me è stato sempre il segno della passione, dell’amore, della rivoluzione (della “sinistra”, anche) …mi sembrava spento più che mai, in questo 8 dicembre, aprendo le scatole piene di decorazioni. Ma a guardarle con gli occhi giusti, una volta appese (soppesate, sognate, riesaminate…) sono apparse più solide e lucenti di sempre: e attaccandole al mio albero, una dopo l’altra, rivedendo molti miei Natali (un po’ come il vecchio Scrooge…) ho capito che le cose alle quali tenevo di più, erano lì, davanti ai miei occhi. La casa, i figli, la cultura. La rivoluzione. La mia rivoluzione, piena di rosso e di passione, è nell’essere entrata dentro un concetto diverso di famiglia, che può festeggiare Natale anche diversamente (come fosse sempre Natale, donandosi a chi ha bisogno di me, non perché lo dica il calendario…) La mia rivoluzione è stata nell’aver dato sempre un esempio coerente: pure quando la vita mi ha remato contro e non ho mollato, anzi ho sempre cercato la speranza anche dove nessuno l’avrebbe vista né trovata. E ci si può fare, credetemi (…potete farlo anche voi, raccogliendo gioie inattese, senza dover nulla a nessuno!). Infine, ho capito che ora sono certa di restare nella vita di molti che ho molto amato e che molto mi hanno amata, attraverso la passione per il teatro e la condivisione delle nostre vite, nei piccoli preziosi intensi momenti di quotidianità. Quelli che solo ti fanno sentire il sapore di eternità. Ti fanno essere ricca, davvero. Ebbene, ora so di poter vincere il tempo, la morte e l’oblio. Essendo me stessa. Tutto questo non è troppo diverso da ciò che avevo sognato: e credo di poter essere soddisfatta di me (…ho pensato infilando il puntale!)

E sono stata davvero contenta di aver preparato il mio albero di Natale, l’otto dicembre duemilatredici: più di ogni anno. Non avrei potuto fare nulla di più rivoluzionario o di comunista che starmene a casa. Non sarei uscita a far altro, di certo niente di meglio… neanche se fosse venuto a prendermi e portarmi via per mano Enrico Berlinguer. Anche perché, oggi, con serenità, mi sento di dire che “io non sono comunista: non me lo posso permettere…”come diceva Ennio Flaiano. C’è ben altro da fare. Guardo soddisfatta le palle rosse sul mio albero di Natale: e penso che sono l’unica cosa che di vero ROSSO rimane della mia “vita a sinistra”. Non una bandiera rossa, certo. Non una rivoluzione, per molti. Ma invito tutti quelli di “sinistra” che “l’otto dicembre duemilatredici” hanno fatto altro credendo di cambiare qualcosa, di cambiare prima se stessi, con piccole cose concrete. Magari facendo fruttificare un vaso sul terrazzo, anziché sprecare parole e progetti che certo non dissodano la terra di orti agognati e irrealizzabili. Li invito a dare esempi, con fatti: non con chiacchiere. Per fare una albero di Natale come il mio: con palle di Natale. Rosse.

 




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