

di Elda Martinelli
VITERBO - In fondo il viaggio è uno stato mentale, un’attitudine dell’anima: per questo, il piacere e il desiderio, può esserne più o meno forte. Non siamo tutti uguali (per buona sorte di ciascuno di noi…). Ma nella vita, almeno una volta, tutti abbiamo avuto la voglia o la paura di partire. Non perché sapessimo di trovare di meglio/di peggio, non perché fossimo certi di lasciare di peggio/di meglio. Ma di sicuro, di fronte ad una partenza, un brivido sottile ci ha attraversato l’anima. Forse perché, comunque, ogni cambiamento ci toglie la rassicurante certezza che la stanzialità ci offre. Perché per vivere ci vuole coraggio, tanto coraggio: oppure è sopravvivere. Chiusi nelle proprie case, nelle proprie cose: in fondo soli davanti alle nostre confortanti abitudini (o peggio ancora davanti ad un seducente televisore perennemente acceso; meglio la radio, se soli: almeno lascia in funzione il cervello!). Chiusi. Ed ecco che si inventano proverbi che mettono in evidenza ciò che si perde anziché ciò che si guadagna, viaggiando… alimentando la mediocrità di chi non apre gli occhi per vedere la vita intorno che scorre.
E’ un po’ così anche per viaggiare: ci vuole un innato coraggio. Oppure si è soltanto“trascinati in un altro posto”… Invece viaggiare è apertura: è conoscere, confrontare, condividere, rispettare. Quindi crescere.
Nella mia vita non ho potuto fare molti viaggi nel senso più tradizionale: pochi aerei, non amo la nave, non ho passaporto, né valigie imbiancate dalla sottile sabbia delle isole tropicali. Non ho mai avuto né il tempo, né l’occasione professionale, né (soprattutto) il denaro per viaggiare intorno al mondo, cosa che però non ho mai smesso di desiderare: e che ho fatto mille volte con il pensiero, il desiderio, la lettura, la fantasia. Perché non si viaggia solo spostandosi fisicamente altrove.
La prova storica più famosa, tra gli scrittori nostrani, l’ha data Emilio Salgari, che descriveva luoghi e genti mai conosciuti di persona e che affermava, a ragione, come “scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”. Ed anche io credo che, in fondo, il viaggio non sia altrove da sé. Ma dentro di sé e con sé.
Certo che incontrare nuove città, con nuovi colori e diversi suoni e sapori da quelli che la nostra ci offre quotidianamente, è affascinante: e fonte di arricchimento personale, come ogni conoscenza. E così spesso penso di poter sentire l’odore caldo della sabbia del deserto africano, le voci colorate e chiassose di Calcutta, il sapore del mare sulla pelle bruciata dal sole nelle isole del Pacifico, il profumo delle betulle coperte dalla neve delle immense montagne in Alaska. E mi immagino mani diverse, per colore della pelle, forza e vita che mi offrono cous cous o the, pesce fresco o carne affumicata. E non posso immaginare di essere a Tokyo e mangiare hamburger con patatine fritte… nè di restare in albergo per vedere un programma con il satellitare anziché cercare un tipico spettacolo kabuki! Ma dopo tanto viaggiare (anche solo con il pensiero o la lettura) il rientrare nella mia casa ha sempre il piacere del ritorno: pari a quello della partenza. Senza una smania di fuggire, senza l’amarezza del tornare. Questa mia casa è solo il luogo dove raccolgo le mie cose materiali. Non incatena la mia anima, semmai la protegge e la cura, accogliendo gli amici. Perché sono un po’ zingara, dentro, dietro questo mio tanto forzato essere stanziale.
O forse sono abbastanza serena e sicura nell’intraprendere, ogni giorno, l’inafferrabile viaggio dentro di me. Quello del confronto con gli altri, prezioso cammino di conoscenza quotidiana. Non ho paura della vita. Non ho paura di conoscere. Sono curiosa e disponibile (per questo inevitabilmente esposta a delusioni ma non a rimpianti…) E queste mie parole non sono di autocelebrazione ma di sprone ai tanti “pigri dentro” che non riconoscono se stessi neanche davanti allo specchio: e che si lasciano vivere. Non perdete altro tempo né altre occasioni: viaggiate in voi, con voi (e anche con gli altri!). Nel suo “Alla ricerca del tempo perduto” Marcel Proust dice che “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Mi auguro sempre, per me e per le persone che amo e anche per tutti voi (che seguite queste mie “riflessioni ad alta voce”) di non perdere mai l’entusiasmo negli occhi: segno di voglia di conoscenza …e di viaggio di scoperta. Di vivere e non di sopravvivere. Non ho mai condiviso, invece, intellettuali e artisti che “romanticamente” fuggivano (o ancora “fuggono”) ALTROVE per ribellarsi al sistema o per apparire diversi: …da cosa!? ..da chi!?...e perchè? I più hanno cavalcato una fuga da se stessi. A meno che il Viaggio non fosse stimolo indispensabile per trovare se stessi: come fece il noto e tormentato (ma risolto, altrove…) pittore Paul Gauguin, fra i tanti.
Spolveravo vecchi libri di studio universitari, stamani: così un consumato volume di Carlo Giulio Argan, filosofico quanto stimolante manuale di Storia dell’Arte (chiarisco per tutti gli sfortunati non praticanti le cose dello spirito…) si è aperto accanto ai fantasmagorici colori di “Te Tamari No Atua” una dolce, etnica e struggente Sacra Natività, che Gauguin ha dipinto nelle sue amatissime isole Thaitiane, dove fuggì, per cercare “altrove” il proprio essere. Intraprendendo un lungo viaggio di conoscenza di tante cose diverse da sé ma soprattutto un viaggio di conoscenze dentro di sé, a migliaia di chilometri da casa sua, da Parigi, a fine ‘800. Senza tornare mai più, fisicamente. Accanto, a matita, alcuni miei appunti critici sul pittore e poco sotto, come spesso facevo, appunti di viaggio (mentale e fisico). Curiosa ed emozionata leggo: “Altrove… (16 aprile’82/ in viaggio verso il mio primo giorno a Napoli) Ho forse capito davvero perché ogni giorno io fuggo e respiro una voglia più grande e più grande ancora di volare: è per cercare altrove chi sono, per scoprirlo dove non sono mai stata, dove non mi conosce nessuno, dove non posso essere che me stessa, dove devo e posso conoscermi (o ritrovarmi) …dove il viaggio più grande inizia, sola con me soltanto. E’ per questo che fuggo altrove. (Studiando Gauguin)” Avevo 21 anni. Non ho cambiato idea su il concetto di Viaggio, né su il concetto di Altrove, né su Gauguin. Chi mi conosce bene sa che in quel viaggio, dopo una dura prova della vita e con una ancor più dura prova che vi ho incontrato, mi sono finalmente ritrovata. E che da quel viaggio non sono mai più tornata.