ANNO 27 n° 272
Processo Rizzello - De Vito minacciò la cugina. 'Viva o morta sarai mia'
Ascoltati nuovi testimoni durante il processo in Corte d'assise per l'omicidio di Marcella Rizzello
19/11/2011 - 04:00

VITERBO – Si è svolta ieri mattina nell’aula 4 del palazzo di giustizia viterbese la nuova udienza del processo in Corte d’assise a carico di Giorgio De Vito, il napoletano accusato di aver ucciso a coltellate Marcella Rizzello il 3 febbraio 2010.

Durante la seduta, innanzitutto, è stato sciolto il dubbio su Stella, il pastore tedesco della vittima e del compagno Francesco Vincenzi. Definito “aggressivo” dagli amici della coppia, il cane, la mattina dell’omicidio non aveva abbaiato: circostanza che aveva aperto la strada a due ipotesi. La prima: l’animale è stato sedato; la seconda: Stella conosceva il carnefice della sua padrona. “Ci siamo tolti i dubbi sottoponendo il cane agli esami del sangue: tutti negativi”. Così il veterinario Massimo Morresi, sul banco dei testimoni. In piedi resta dunque la seconda ipotesi. (Ed è ancora peggiore).

Il secondo dubbio sciolto – almeno per il momento – durante il dibattimento riguarda le tracce ematiche repertate nella villetta in via dei Latini, a Civita Castellana, teatro dell’omicidio. I residui biologici erano stati analizzati dal medico legale Saverio Potenza e dal maresciallo del Ris Guido Vespi: entrambi hanno confermato che sulla scena criminis era presenta solo dna riconducibile a De Vito.

A seguire, un’altra testimonianza che la dice lunga sulla discussa personalità di De Vito. “Ha sempre avuto un debole con me. E’ sempre stato geloso e possessivo nei miei confronti”. Queste l’e affermazioni di Luana Perria, cugina dell’imputato che, tuttavia, ha anche aggiunto” Non ha mai provato un approccio fisico”. La Perria, in particolare, aveva anche subito un furto nell’agosto 2008 da parte di De Vito. “Prima del furto – ha spiegato - non aveva mai mostrato segni di insofferenza, fino a che, il 18 agosto di tre anni fa, a casa di sua madre Lucia, mi ha dapprima minacciata, dicendo che sarei stata sua viva o morta, poi mi ha sottratto le chiavi di casa, con le quali è entrato nell’abitazione”.

Sul banco dei testi, poi, è salita un’altra vittima del napoletano: Emiliano Liberati, l’operaio di Fabrica di Roma che, nel maggio 2010, fu colpito a sciabolate dall’imputato (il procedimento giudiziario è ancora in corso). “L’aggressione avvenne il 17 maggio 2010 – ha ricordato – Accompagnavo Mariola (Henryka Michta, ndr) a riprendere alcune cose che aveva lasciato a casa di De Vito. Lui è salato fuori da sotto il letto e ha cominciato a colpirmi”.

Al termine dell’udienza gli avvocati di parte civile, Stefania Sensini e Fabrizio Ballarini, hanno chiesto la possibilità di riascoltare la Michta, ma l’istanza è stata rigettata dalla Corte presieduta dal giudice Maurizio Pacioni.

La polacca, che si è avvalsa della facoltà di non rispondere, è già stata condannata con rito abbreviato per concorso nell’omicidio della Rizzello a diciotto anni di reclusione. Dopo la sentenza, tuttavia, gli avvocati Ballarini e Sensini (che rappresentano Vincenzi e la piccola Giada) avevano scoperto che la mattina del delitto la Michta era all’ospedale Alesini di Roma (la circostanza è documentata dal certificato medico): da qui la richiesta di ieri mattina che, però, è stata respinta.

La prossima udienza è stata fissata al 9 dicembre, quando è prevista la deposizioni di altri tre testimoni di parte civile.




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