ANNO 27 n° 267
Se le parole hanno un senso… non perdiamolo di vista!
Riflessioni di Elda Martinelli, a voce alta e con “simpatia”…
25/08/2012 - 04:00

di Elda Martinelli

Molti amici che mi conoscono, bene e da tempo, tendono a identificarmi con il personaggio di Alice (nel paese delle Meraviglie) complice il mio sognare, il mio credere nei sogni, la mia curiosità di conoscere e di ritenere sempre tutto possibile. Complice forse anche il mio ruolo nell’allestimento fatto nel maggio ’80 al Teatro Unione (tutto esaurito in serale e in matinée per le scuole) accanto al mio Cappellaio Matto di sempre, Alfonso Antoniozzi: tempi felici di una felice e remota stagione culturale del Comunale viterbese.

Invece, in fondo in fondo, io mi sono sentita sempre un po’ Humpty Dumpty (altro indimenticabile personaggio uscito dalla magica penna di Lewis Carroll) il simpatico UomoUovo. Probabilmente mi ha sempre affascinato per la sua arguzia e per quel suo modo di giocare con le parole, con il loro suono e con il loro senso: cosa che mi diverto sempre a fare nei miei testi e nei miei laboratori teatrali con i bambini, invitandoli a fare altrettanto. Per intenderci e per rimettere le cose al loro posto, Humpty Dumpty è il personaggio che, nel romanzo originale, spiega alla curiosa Alice il trucco del “non-compleanno” (non è il Cappellaio Matto a parlarne: mi dispiace tanto per Walt Disney e per Tim Burton…).

Bene. Riflettendo su alcuni recenti fatti cittadini, mi è venuto in mente uno dei dialoghi più belli fra lui e Alice, perplessa sul modo di usare le parole che ha Humpty Dumpty, il quale afferma: “Quando IO uso una parola, questa significa esattamente quello che decido io!” Ma l’attenta e impertinente ragazzina risponde: “Bisogna vedere se lei PUO’ dare tanti significati diversi alla parole.” E per togliersela di mezzo o per presunzione (come molti adulti fanno nei confronti dei più piccoli…) l’UomoUovo chiude seccamente il dialogo con un “Bisogna vedere chi è che comanda. Tutto qua”.

Benissimo. Fatta la premessa andrò al nocciolo: si susseguono blandamente e banalmente ma con sbandanti sbadataggini e straboccanti considerazioni (a giochi di parole non son meno ad Humpty Dumpty, a Toti Scialoja né a Fosco Maraini, con tutti i loro giochi di meta-semantica!) sulla “esternalizzazione” e non solo della Macchina di Santa Rosa. Infiocchettando il tutto con paroloni altisonanti.

Premesso che non colgo l’occasione di dire la mia per lanciare la mia ultima opera letteraria, come fatto da don Salvatore Del Ciuco (peraltro con un libro considerato ampliamente “ispirato” da materiale del prof. Finzi, il quale a sua volta coglie l’occasione per pubblicizzarne uno suo, non pertinente al tema “Santa Rosa”…) e come fatto anche da Massimo Onofri (che ricordo al tempo di ALICE, nell’80, all’uscita di una raccolta di giovani autori vari viterbesi dal titolo “Lasciatemi almeno due prugne”… oggi “tra i maggiori critici viventi”) ebbene, io parlerò liberamente come mia consuetudine, senza interesse alcuno.

Ho detto più volte che sono fortemente contraria a concentrare quattro giorni di feste religiose-folkloristiche-culturali (ovvero,con una semplice parola, di carattere antropologico) e poi il baratro: il silenzio della città, che si rimuove solo nello “struscio” di Caffeina (questo mi è pericolosamente sembrato quest’anno…) o nel “salottino” di nicchia con il Tuscia Opera Festival (che dovrebbe rivedere qualcosa, visto l’indiscutibile calo di pubblico).

Ma la festa di Santa Rosa, da viterbese, non si tocca. Hic et nunc. Niente trasferta, niente cambio data, per favore. Il sacro e il profano della festa lo miscelano solo i viterbesi. Rendendola unica.

Resto dell’idea che se don Salvatore Del Ciuco vuol condividere l’aspetto religioso della festa si dovrà accontentare di esportare (“esternalizzare” non si può proprio sentire!) la processione. Stop.

Probabilmente il famoso critico letterario Massimo Onofri, come Humpty Dumpty e come Lewis Carroll è un seguace del nominalismo (quella teoria medioevale per la quale i termini universali, in quanto “flatus voci”, sono solo delle possibilità, sul significato delle quali ognuno può creare le opzioni che preferisce) se definisce “socioantropologico e religioso” il proprio giudizio, a fine intervista. Se l’antropologia (dal greco atropo-UOMO e logo-PAROLA) studia le caratteristiche biologiche e gli aspetti sociali dell’uomo, l’altisonante termine “socio antropologico” risulta quantomeno pleonastico, a meno che non ci verranno definite le sfumature che la dotta definizione (di proveniente e specifica scuola britannica, se ben ricordo) di “Antropologia Sociale”, sottintende per il prof. Onofri.

Ciò nondimeno, poiché i sofistici giochi di parole non interessano ai più (se non al mio amico Humptry Dumpty) approfondirei brevemente, con parole comprensibili a tutti, come e perché l’Unesco dovrebbe acquisire la Macchina come bene dell’Umanità. Cosa che, forse, non tutti miei concittadini sanno.

Nell’articolo uno della Convenzione, UNESCO spiega bene che per “patrimonio culturale immateriale” s’intendono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale.

Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.

In altre parole, a meno che io non abbia inteso male la parte relativa alla relazione diretta tra il patrimonio da tutelare e lo spazio culturale ad esso associato, davvero non vedo come la Macchina di Santa Rosa, una volta dichiarata patrimonio immateriale dell’umanità, possa essere sradicata dal suo territorio per essere trasportata altrove come fosse uno spettacolo qualsiasi.

Ancora più chiaramente: fatta l’”esternalizzazione”, perso il riconoscimento Unesco.

Andiamo avanti.

Un NO COMMENT circa la posizione del Capofacchino Sandro Rossi: ognuno deve dire la sua, in questa bagarre delle bizzarie… E, dopo essersi “reso disponibile” alla eventuale trasferta, rilancia proponendo di fare, piuttosto, un trasporto bis.

Voglio dirlo semplicemente, evitando una pur facile polemica: sarebbe stato anche interessante sentire le voci autorevoli di personaggi storici come Nello CELESTINI o come il prof. Luigi ZUCCHI, figlio del costruttore del “Volo d’angeli” (la più bella di tutte le Macchine, ancora oggi nel cuore dei Viterbesi) !? E se interpellati, perché non è stato riferito il motivo del loro silenzio a riguardo. Se sono stati interpellati.

Sul pezzo di Arcangelo Corinti, unico ad avere un tono contrastante al susseguirsi di corbellerie in merito, sul web come sulla carta stampata, non aggiungo altro: lo condivido appieno… e poi (i più sanno che trattasi del mio compagno!) quella lettera inviata a Viterbo Oggi l’ho vista nascere mentre cuocevo la marmellata di pesche! E per fortuna che, più o meno tale e quale, è stata riportata su carta stampata, nelle parole del giornalista Giuseppe Bracchi che insiste sul concetto secondo il quale “è Maometto che va alla montagna”.

Ebbene: io credo, da semplice massaia laureata (quando san Pietro mi chiederà “Che hai fatto nella vita?” risponderò “La mamma…”) che il tutto, se EVENTO deve essere, deve essere visto da un altro punto di vista: punto di vista che salva la tradizione ma crea il momento globalizzante, tanto agognato!

Ovvero: come riciclare/vendere al meglio l’ottimo arrosto, piatto forte della serata, orgoglio della casalinga, ma rimasto in abbondanza a fine cena? Chi deve far molto con poco (“Potere alle massaie!” ...lo dico sempre) inizia a valutare le diverse possibilità: lo ripasso al sugo?...ne faccio macinato per polpette!? ..oppure ripieno per i cannelloni!? O forse ragù?!...Chi va appena oltre la capacità di un uovo al tegamino intuisce che l’idea di più facile realizzazione, in questo delicato caso di tradizione gastronomica, sia surgelare.

Per intenderci, sfruttare i moderni mezzi messi a disposizione dalla tecnica al meglio e con la minor impresa: se vogliamo riassumibile con il motto “massima resa con il minimo sforzo”.

Perché dover trasportare fuori la Macchina? (costi di trasporto; dubbio sul risultato spettacolare in una diversa collocazione urbanistica…/ ovvero: tempo e ingredienti aggiuntivi da spendere per l’elaborazione dell’arrosto rimasto, senza certezza di uguale gusto nel prodotto elaborato e riciclato…) Conserviamo a Viterbo la TRADIZIONE ANTROPOLOGICA per i (pochi) viterbesi che la capiscono e per i (moltissimi) viterbesi che la sostengono. Unico modo per assicurarci l’ambito riconoscimento UNESCO.

Surgeliamo l’evento: per meglio dire duplichiamolo, scongelando il prodotto tale e quale su altre tavole. Semplice, no?! Geniale anche, come solo chi è esperto a non avere aiuti politici e finanziari sa fare: come una mamma, che deve sbarcare il lunario degnamente, deve inventarsi ogni giorno. Non avete ancora capito?

Si prende una città gemella dall’altra parte del mondo… che so: Santa Rosa - California, una moderna metropoli, nata all’inizio dell’800, grande tre volte Viterbo, che per la volontà di coloni italiani porta il nome della nostra patrona. E gli vendiamo il brand: il pacchetto qualità tutto incluso. Congelato. Si potrebbe creare così un evento (detesto la parola, ma ai più è necessaria per capire quel che dico…) e allo stesso tempo una nuova tradizione oltreoceano, riproponendo il trasporto nello stesso giorno ma alla loro latitudine e con il loro fuso orario, creando un “unicum” attraverso il mondo, che dura 24 ore (quelle del 3 settembre: senza altre fantasiose varianti, per favore!) e con la possibilità di vendere il “progetto della Macchina” (avendo così la stessa Macchina in cammino in due opposte parti del globo) oppure vendere “la Macchina dismessa” (riducendo così i costi per smantellarla). Le massaie devono sempre usare il cervello, non avendo i soldi dei politici.

Gli americani ne sarebbero entusiasti! Anche perché, a parte la straordinaria cultura e storia stroncate dai cristianissimi spagnoli dopo il 1492, una storia ricca e radicata nel tempo come la nostra gli americani se la sognano! Però son sempre interessati e affascinati da quella europea: rigorosi sul lavoro come nelle ricerche storiche, forse perché consci delle loro lacune. Intransigenti e determinati.

Ah!...a proposito: a sud di Beaumont, in Texas, c’è un’altra città che si chiama Viterbo. Già che ci siete mandategli una copia di “Ludika”. Forse ci crederanno. Forse no.

 




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