

VITERBO – I fatti risalgono all’aprile 2009, quando D.M. finì in manette con l’accusa di violenza sessuale. A denunciare l’uomo, 40enne e gestore di un bar a Civitella d’Agliano, erano state due ex dipendenti che si erano rivolte agli uomini della Questura di Viterbo.
La prima, in particolare, aveva raccontato di pesanti ed inequivocabili avances ricevute da D.M. (sposato, padre di due bambini ed originario di Celleno), cui era riuscita a sfuggire.
La seconda, invece, aveva affermato di essere stata costretta ad avere un rapporto orale nell’automobile dell’uomo, dal quale aveva ricevuto il passaggio di ritorno a casa dopo aver terminato l’orario di lavoro. Mentre la prima ragazza non si è mai presentata alle udienze che si sono succedute nel corso di questi tre anni (la prima seduta risale all’ottobre 2009), la seconda si era costituita parte civile nell’ambito del procedimento giudiziario incardinato presso il tribunale viterbese.
L’uomo, dopo aver scontato otto mesi di carcerazione preventiva, tornò in libertà nel dicembre 2009, quando il collegio dei giudici composto da Franca Marinelli, Eugenio Turco e Michele Romano accolsero la richiesta di scarcerazione (in un primo tempo rigettata) presentata dall’avvocato Giuliano Migliorati, difensore del 40enne; che ha sempre proclamato la sua innocenza rispetto alle accuse mosse dalla sua ex cameriera.
L’epilogo della vicenda giudiziaria è arrivato ieri mattina, con la sentenza emessa dal collegio presieduto dalla dottoressa Marinelli con a latere i giudici Gaetano Mautone ed Eugenio Turco. Per lui il pubblico ministero Renzo Petroselli aveva chiesto la condanna a sei anni; ma i giudici, concedendo a D.M. le attenuanti generiche, gli hanno inflitto la pena di tre anni e sette mesi di reclusione perché.