

di Alessia Serangeli
VITERBO – C’è un piccolo mazzetto di fiori all’ingresso del palazzo in cui abitava. E’ stato appeso al portone da non si sa chi. Magari proprio da un residente di via della Marrocca o di piazza Dante, che la conosceva e che chissà quante volte l’aveva vista dare in escandescenze, durante quei momenti in cui veniva colta da improvvisi raptus di rabbia. Da qualcuno che ha un animo sensibile, certamente, e che ha voluto fare un omaggio alla sua memoria. Alla sua vita sciupata e logorata da fiumi di alcool e droga. E psicofarmaci.
Per capire cosa abbia ucciso Roberta Ortolani, la quarantenne trovata cadavere martedì scorso nel suo appartamento in via della Marrocca, ci vorranno almeno dieci giorni. Il tempo necessario per il responso degli esami tossicologici.
L’ispezione cadaverica, svoltasi al cimitero San Lazzaro ieri l’altro, ha permesso di escludere con certezza l’ipotesi dell’omicidio. “Il cadavere non presenta segni che lascino ipotizzare l’evento traumatico esterno”, ha riferito il medico legale agli organi inquirenti. Che, adesso, attendono i risultati dei test di laboratorio. Perché non c’è più alcun dubbio che ad uccidere la Ortolani sia stato un mix diabolico di droga e psicofarmaci, ma resta da capire di quali sostanze si tratti nello specifico. Anche per un’altra ragione: “Potrebbero fornire ulteriori input investigativi”, hanno detto con toni sibillini dalla Questura.