ANNO 27 n° 270
Strage di Bologna - La pista nera che passa da Cura di Vetralla

VITERBO – Passa anche per Cura di Vetralla il velo nero che a trent’anni di distanza, quindici processi, ventuno anni di udienze, occulta ancora la verità sulla strage della stazione di Bologna. Con 85 morti e duecento feriti la più terrificante carneficina avvenuta in Italia in tempo di pace.

A Cura di Vetralla, infatti, aveva una casa Massimo Sparti, il testimone chiave al processo concluso con la condanna all’ergastolo di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, militanti dei NAR, il gruppo terroristico d’estrema destra che ha rivendicato un numero impressionante di omicidi, inferiore solo a quello delle Brigate Rosse per il Comunismo.  E la presenza di Sparti in quella casa il giorno della strage ebbe un ruolo decisivo nel processo.

Sparti era un delinquente incallito, probabilmente legato alla banda della Magliana, con simpatie per gli ambienti eversivi di estrema destra. Si vantava di aver chiamato il figlio Stefano perché le iniziali del suo nome e del suo cognome suonassero SS. Era sposato con Maria Teresa Venanzi, di Cura di Vetralla. A lei apparteneva la famosa casa finita al centro del processo.

Arrestato dai carabinieri per uno dei suoi tanti furti, dichiarò agli inquirenti che il 4 agosto 1980, il giorno successivo alla strage di Bologna, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro si recarono a casa sua, a Roma, per chiedergli dei documenti falsi per la ragazza, perché temevano che qualcuno la riconoscesse tra le persone presenti nella stazione di Bologna poco prima dell'esplosione. Aggiunse che commentando l'eccidio, Fioravanti gli domandò: "Hai visto che botto?". Infine disse che lo stesso Fioravanti gli rivelò di non essere preoccupato per se stesso in quanto era camuffato da turista tirolese, ma per la sua donna. Completò la sua dichiarazione affermando di aver consegnato i documenti a Fioravanti il giorno successivo, sempre a casa sua a Roma.

Ma la sua testimonianza fu sconfessata dalla moglie, dalla suocera e dalla loro domestica. La moglie e la suocera dichiararono ai giudici che, una volta chiuse le scuole per le vacanze estive, nel luglio del 1980 si erano trasferita con i figli nella casa di Cura di Vetralla, dove erano state poco dopo raggiunta dall'uomo. La moglie aggiunse che dopo il 2 agosto si era trasferita, insieme con il marito ed ai figli, in Alto Adige. Asserì inoltre di essere certa che il marito il 4 agosto 1980 era rimasto per tutto il giorno con lei a Cura di Vetralla, dove erano stati raggiunti dalla domestica Luciana Torchia. Circostanza, quest’ultima, che fu confermata dalla Torchia.

Alcuni anni dopo, anche il figlio di Sparti, Stefano, all'epoca della strage bambino, rilasciò una serie di interviste sostenendo che dal 2 al 5 agosto il padre era stato costantemente a Cura di Vetralla e che, successivamente, si recò in vacanza con tutta la famiglia.

Però i  giudici della Corte d’Assise di Bologna prima e quelli della Corte d’Assise d’Appello poi hanno creduto a Sparti e non ai suoi familiari. Perché? Le ipotesi sono le più svariate. La principale vorrebbe che la condanna di Fioravanti e Mambro fosse “indispensabile” per chiudere uno dei capitoli più neri del Dopoguerra. Lasciare la strage di Bologna senza colpevoli sarebbe stata un’onta troppo grave per lo Stato. Quindi, sarebbero stati presi due estremisti di destra, rei confessi di vari omicidi, e condannati per aver organizzato l’attentato solo per “punire” la rossa Bologna.

Che la “verità processuale” sia al verità sono in pochi a crederlo. Ma perché Massimo Sparti avrebbe mentito? Anche qui un’ipotesi non peregrina c’è: nel 1982 l'uomo fu scarcerato perché gli venne diagnosticato un cancro al pancreas che, secondo i medici, gli avrebbe lasciato pochi mesi di vita. In realtà Sparti morirà di cancro, ma venti anni dopo.

Secondo il figlio Stefano il padre fu “aiutato” a spacciarsi per malato terminale. Mentre era in carcere gli sarebbero state fornite delle anfetamine per farlo dimagrire in modo parossistico. Poi una Tac, risultata contraffatta, gli diagnosticò il cancro. Nonostante la diagnosi di tumore allo stadio terminale, Sparti rifiutò qualsiasi tipo di terapia, in particolare quella chirurgica. Una volta dimesso e scarcerato, nel marzo 1982 tornò a Roma e fu ricoverato all'ospedale San Camillo. Dopo circa un mese di accertamenti venne operato per una laparotomia esplorativa: “Negativa l'esplorazione dello stomaco, duodeno, fegato e pancreas” disse il referto. Il tumore era sparito.

Nel maggio del 1997, quando i carabinieri si recarono al San Camillo per acquisire la sua cartella clinica, su ordine del pubblico ministero di Bologna, scoprirono che era andata distrutta a seguito di un incendio divampato il 20 settembre dell’anno precedente.

Ce n'è abbastanza per sospettare che Sparti sia stata una pedina di un vasto piano di depistaggio, mirato a nascondere verità indicibili sulla strage di Bologna.

PAOLO SIGNORELLI: DA IMPUTATO A PERSONA OFFESA




Facebook Twitter Rss