

di Arnaldo Sassi
Ebbene sì, sono un fan di Giammaria Santucci. Lo dico perché in questi ultimi giorni, visto che sul Messaggero – giornale per il quale lavoro e lavorerò ancora per pochi giorni – sono state portate alla luce le ennesime contraddizioni del Pd sulla scelta del futuro candidato alla poltrona di sindaco di Viterbo (ma non è una novità, giacché questo partito – sia in Italia che a Viterbo – è abilissimo nel farsi del male da solo) , è subito riemersa la tradizionale dietrologia di stampo prettamente provinciale in base alla quale, se uno fa qualcosa, la fa perché gliel’ha suggerita qualcun altro, o peggio ancora, perché ha degli interessi nascosti che deve in qualche modo tutelare.
E allora, andando oltre il ciarlare delle solite comari (che fanno del pettegolezzo le uniche ragioni della loro vita) tenterò di spiegare questa mia posizione cercando – per quello che è umanamente possibile, visto che la verità è sempre un traguardo da raggiungere e nessuno può averla in tasca – di usare criteri il più possibile oggettivi.
Sono un fan di Santucci, dicevo. Perché l’ho visto all’opera nei cinque anni (durante la consiliatura provinciale guidata da Giulio Marini) in cui ha ricoperto il ruolo di assessore alla cultura. Non che abbia fatto miracoli, ma sicuramente si è distinto per le sue iniziative e ha riscosso un plauso quasi corale per quanto è riuscito a mettere in piedi. Ricordo che, alla vigilia delle provinciali del 2005, durante una manifestazione estiva a Marta, mi si avvicinò un simpatizzante degli allora Ds, che sentenziò, senza se e senza ma: “Se Santucci corre per la presidenza, lo voto”. Poi invece, le cose andarono diversamente. Antonio Tajani gli preferì il modestissimo Francesco Battistoni e tutti sapete com’è andata. Vinse Alessandro Mazzoli e con lui vinsero l’inedia e l’apatia.
Sono un fan di Santucci perché ho apprezzato il suo modo di fare durante l’attuale mandato (che ricopre ancora una volta a palazzo Gentili) di assessore ai lavori pubblici. Un solo esempio: la neve del febbraio di quest’anno. Non c’è voluto molto a notare (e questo penso che l’abbiano fatto anche altri) l’abissale differenza sulla percorribilità delle strade tra quelle del capoluogo e le altre del resto della Tuscia.
Insomma, mi sono reso conto (ma sbagliare è sempre possibile) che l’uomo le capacità le ha. E, parlandoci più volte, ho capito che la sua ambizione primaria nel fare il sindaco di Viterbo sarebbe quella di provare a cambiare questa città.
E invece? E invece il buon Giammaria ha fatto anche questa volta la fine del “figlio della sora Camilla”. Perché, vi chiederete? Perché mette paura. Mette paura a quella classe dirigente viterbese che vuol continuare a navigare a vista, anteponendo il favore personale alla programmazione; a chi vuol propinare ancora la favola dell’aeroporto per non dover fare altro, in attesa di quella manna dal cielo che non arriverà mai, ma che consentirà di vivacchiare per altri cinque anni; a chi, avendo fallito nella società civile, vede la politica come unica speranza per poter sopravvivere. Fantapolitica? Mica tanto, visto che a decidere sono e saranno (purtroppo) coloro che da almeno quattro o cinque lustri tengono in mano le redini della politica viterbese.
E allora, sono un fan di Santucci. Per un unico motivo: ritengo che possa migliorare questa città. Tutto il resto – come afferma giustamente Franco Califano – è noia.