

di Alessia Serangeli
VITERBO – C’era una volta una Asl di provincia gestita allegramente da un direttore generalissimo un tantino politicizzato. Così, almeno, raccontano le cronache dell’epoca. (Un pochino politicizzate pure quelle, certo, ma tant’è).
E tutto inizia – indovinate - con il più vecchio contratto innominato del diritto romano. Il “do ut des”, tu mi dai questo e io in cambio ti do quest’altro. Bene (ma mica tanto). Il casotto esplode quando in quel di via Falcone e Borsellino iniziano a ficcare il naso in una mole smisurata di documenti inerenti a contratti e negoziati su appalti e noleggi e locazioni stipulati tra quell’azienda sanitaria di provincia e svariate ditte. “I conti non tornano”, commentano con toni sibillini nei corridoi della procura. E i due impiccioni di turno iniziano a scavare e scartabellare; ad ascoltare e riascoltare centinaia di conversazioni telefoniche ed ambientali nel frattempo intercettate. Oltre alle mazzette vengono fuori “caffè” offerti dal dg generalissimo ad un imprenditore (del ramo sanità, ovvio) e persino proposte osé in cambio di informazioni.
Parte da qui quella che sarebbe stata la più grossa inchiesta sulla sanità pubblica mai condotta nella Tuscia: tre anni la durata delle indagini e trentasette, in totale, le persone fisiche e giuridiche che sarebbero finite davanti al gup. Alla fine ne sono arrivate in trentadue, perché cinque hanno chiesto e ottenuto il patteggiamento. Ovvero: Massimo Ceccarelli, Tommaso Rossi, Michele Di Mario e le società Isa e Lte.
Tutti gli altri sono formalmente imputati da ieri: poco dopo le ore 15 il giudice Luca Ghedini Ferri li ha rinviati a giudizio, accogliendo le richieste dei due “impiccioni” di cui sopra, i pubblici ministeri Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma. Che, durante la requisitoria dell’8 maggio scorso, avevano parlato di “gestione autoritaria e accentratrice” in riferimento alla direzione di Giuseppe Maria Aloisio che, negli 2006-2009, poteva avvalersi della proficua collaborazione di tale Ferdinando Selvaggini, ex responsabile del centro elaborazione dati della Asl, e di tale professorissimo Mauro Paoloni.
Il nome di Selvaggini è ben evidenziato sul primo filone di indagine, quello delle tangenti in cambio di appalti informatici. Etichettato da Tucci e D’Arma come vero e proprio braccio destro di Aloisio, Selvaggini si sarebbe prodigato per favorire società amiche (come Isa, Italbyte ed Elecom, tanto per citarne alcune) nell’affidamento di servizi riguardanti la gestione dei computer e della telefonia della Asl. E siccome non si fa per niente per niente, le aziende amiche in cambio sborsavano denaro o consulenze a peso d’oro a moglie e figlia. A pagare le tangenti imprenditori ed amministratori delle società aggiudicatarie degli appalti, quali: Luca Antonini Ivano Paggi e Massimo Colli (Elecom), Alfredo Moscaroli (Isa), Massimo Ceccarelli (Telbios Spa), Michele Di Mario (Lte Srl), Tommaso Rossi (Italbyte).
In questo contesto va anche detto che il sospetto di Tucci e D’Arma era che parte delle mazzette andasse anche ad Aloisio. “Appoggi e finanziamenti al partito di riferimento dell’ex direttore (il Pd, ndr)” scrivono nel fascicolo. Eppure di tangenti in contanti ad Aloisio non è stata trovata alcuna traccia.
La figura del super Paoloni emerge invece nel secondo filone di indagine. Anche qui il giochetto era lo stesso - appalti e servizi ad aziende amiche – ma cambiava la mazzetta: non denaro ma prestigio politico. Per Tucci e D’Arma Aloisio e il suo consulente erano personaggi “temuti” nell’ambiente sanitario e guai a commentare eventuali compensi troppo alti. Pena: allontanamento dall’ufficio del dipendente.
In questo stesso filone rientra anche la truffa da oltre venti milioni di euro (!) contestata agli imprenditori (di quegli strani caffè) Roberto e Fabio Angelucci, accusati di aver svuotato le casse di Asl e Regione con rimborsi non dovuti alla loro clinica a Nepi.
Adesso s’attende il processo, che andrà in scena a partire dal 14 gennaio 2014.
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