

VITERBO – “Il bambino non poteva arrivare a prendere le fialette di metadone”. Per una questione pratica, di altezza.
A confermarlo i risultati dell’esame autoptico che, all’indomani del 29 ottobre 2008, vennero eseguiti sulla salma del piccolo Rocco Pellegrini, il bambino di 14 mesi tragicamente deceduto dopo aver ingerito una dose di metadone di cui facevano uso i suoi genitori Beatrice Di Leva e Giulio Pellegrini, tossicodipendenti.
Il pubblico ministero Stefano D’Arma, durante la requisitoria del 20 marzo scorso, aveva chiesto per entrambi la condanna ad un anno e mezzo di reclusione per omicidio colposo e ad ulteriori 16 mesi per coltivazione illegale di sostanze stupefacenti, in relazione alle piantine di marijuana trovate all’epoca del fatto dai carabinieri nella loro abitazione a Sutri, e per ricettazione di alcuni documenti risultati rubati.
Ma quello emerso ieri è un particolare non di poco conto, sul quale si è infatti concentrato l’avvocato del Foro di Roma Antonio Stellato, che difende la Di Leva e Pellegrini.
“Le boccette di metadone non erano alla portata del bambino”, ha spiegato il legale durante l’arringa difensiva che ha tenuto all’udienza di ieri mattina nel palazzo di giustizia viterbese.
“Secondo i risultati dell’autopsia – ha sottolineato Stellato - Rocco era alto 72 centimetri alla testa e 83 alle braccia. Le fiale, invece, erano contenute in un cassetto che misurava 1 metro e 35 centimetri. Mi pare evidente che il bambino non poteva arrivare a prendere le fialette di metadone dei suoi genitori perché contenuto in un luogo troppo alto per la sua statura”.
Al termine dell’arringa difensiva, la seduta è stata aggiornata alle 12,30 dell’11 luglio prossimo per la sentenza.