ANNO 27 n° 260
Delitto di Civita Castellana, De Vito: 'Io vittima di un complotto'
Nuovo show dell'imputato in aula: 'Il pm è corrotto'
10/12/2011 - 04:00

di Alessia Serangeli

VITERBO – Dopo averlo tacciato, già in passato, con epiteti non ripetibili, ieri è tornato a scagliarsi contro il pubblico ministero Renzo Petroselli. “Lei è un ingiusto accusatore, un corrotto. Lei è pagato dalla camorra”.

Ieri mattina, nell’aula 4 del palazzo di giustizia viterbese, è stata celebrata una nuova udienza del processo in Corte d’assise per il delitto di Marcella Rizzello, che vede sul banco degli imputati Giorgio De Vito accusato di omicidio in concorso con la polacca Mariola Henrijka Michta, già condannata con rito abbreviato a diciotto mesi di reclusione.

La seduta - che si aperta alle 10.30 per concludersi soltanto dopo le 15 con un paio di sospensioni durate il tempo di una mezz’oretta ciascuna - è stata tutta incentrata su De Vito che, come ampiamente previsto, non ha mancato di dare spettacolo.

Durante la deposizione l’imputato, interrogato dalla pubblica accusa (Petroselli) e, a seguire, da parti civili (rappresentate dagli avvocati Fabrizio Ballarini e Stefania Sensini), e difesa (avvocato Enrico Valentini) ha (ri)fornito la sua versione dei fatti, ricostruendo quel 3 febbraio 2010, giorno dell’efferato delitto. E lo ha fatto con una lucidità incredibile. Tanto da spingere il suo stesso difensore a chiedergli: “Come fa ad avere ricordi così puntuali e precisi?”. Risposta: “Qui mi si accusa di un omicidio, è normale che abbia messo in ordine le idee”.

E, una volta fatta mente locale, De Vito si è reso conto che in tutta questa faccenda, forse, lui stesso è vittima di un complotto ordito dalla sua ex Jolanda (è così che il napoletano chiamava la Michta) per incastrarlo.

“Quella mattina del 3 febbraio – ha raccontato – alle 7 e 25 l’ho accompagnata alla stazione di Civita Castellana perché doveva recarsi a Roma per una visita (al Cto Alesini, ndr)”. Con lei c’era l’amico Angelo Greco. “Prima di salire sul treno, Michta mi ha offerto un paio di caramelle, raccomandandomi di passare alla Caritas per prenderle un paio di scarpe”. Solo che era chiusa. “Di colpo mi è venuto sonno e mi sono addormentato sulle scale. Mi sono svegliato alle 11,45”.

E, a questo punto dell’udienza, tabulati telefonici alla mano, l’intervento dell’avvocato Sensini. “Lei si è svegliato alle 11,43 quando ha ricevuto la telefonata della sua madre adottiva Lucia Maione”. Ma, di questa circostanza, De Vito ricorda poco. Ricorda bene, invece, la chiamata fatta a Greco “perché Michta aveva il telefono spento”. E ricorda molto bene la lesione coperta da un cerotto che si è ritrovato due giorni dopo l’omicidio, il 5 febbraio. “Stavo facendo il bagno quando ho visto un taglio sulla schiena”.

Ed ecco la tesi del complotto partorita da De Vito: dopo essere stato sedato con le caramelle, qualcuno potrebbe averlo ferito per prelevare il suo sangue. Che, poi, è stato trovato nella villetta in via dei Latini teatro dell’omicidio. “Il sangue è come l’acqua – ha detto l'imputato in aula - può schizzare ed essere portato ovunque”. Solo che sulla scena criminis è stata rinvenuta anche una traccia dattiloscopica a lui riconducibile. “Se lei non è mai entrato in quella casa, come spiega la presenza di una sua impronta digitale”, ha domandato l’avvocato Ballarini. Ma De Vito non ha saputo rispondere.

Come non ha fornito spiegazioni sulle frottole raccontate in fase di indagini preliminari e, soprattutto, in sede di interrogatorio davanti al gip Franca Marinelli e al sostituto Petroselli.

“La storia del fratello gemello era una bugia – ha detto De Vito incalzato dal pm – ma anche lei me ne ha dette di tutti i colori in carcere. Lei è pagato dalla camorra. E’ stata Michta a dirle di accusarmi e lei mi accusa”.

Durante la seduta - in cui non sono mancati momenti di accesi scontri tra le parti – c’è stato anche un attimo di commozione da parte di De Vito. Quando ha parlato della bambina nata nel 2008 dalla relazione con la Michta. “Lei non era capace di occuparsene. Non sapeva cambiarle i pannolini, né darle da mangiare. Sono stato costretto ad affidarla a mia madre affinché si prendesse cura di lei. Jolanda pensava soltanto alle sue cose e a farsi le canne. Andava con gli uomini per avere la marijuana”.

Il processo è stato aggiornato al 20 gennaio 2012, quando saranno ascoltati i primi dieci testimoni della difesa.

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