

VITERBO - “In trentacinque anni di carriera non mi è mai accaduto un fatto simile: può succedere di dichiarare il falso per procurarsi un alibi ma non il contrario”. A parlare è l’avvocato Roberto Fava, legale di Henrijka Mariola Michta che, raggiunto telefonicamente nel pomeriggio di ieri, ci ha raccontato la sua giornata piuttosto concitata.
“Ero al tribunale di Roma quando ho appreso la notizia e mi sono subito precipitato al carcere di Civitavecchia (dove è detenuta la polacca, ndr). Ho chiesto alla mia assistita di raccontarmi, ancora una volta, quanto accaduto la mattina dell’omicidio e lei mi ha riconfermato la solita versione”. Ma qui l’avvocato ha bloccata la Michta e le ha riferito di quanto aveva appreso poco prima. A quel punto la donna ha confermato che, sì, quella mattina del 3 febbraio 2010, era a Roma.
“Mi ha riferito di essere partita per Roma alle 6 del mattino, accompagnata da un amico (A.G., ndr), perché doveva sottoporsi ad una visita medica al Cto”. Ora “so bene – ha aggiunto Fava – che la domanda da cento milioni di dollari è perché non l’abbia detto subito”.
Già, perché? E come era conoscenza di tutti quei particolari sul delitto?. “Forse gli aveva raccontati De Vito”. Adesso, per il difensore, la strada da percorrere è quella del ricorso in appello. “In realtà l’ho già depositato, ma procederò ad integrarlo. Alla luce dei nuovi elementi, inoltre, sono intenzionato a presentare istanza di scarcerazione”.
Eva Kant